Chesterton santo subito Parola di Papa (e di fiction)

Daniele Abbiati

«Padre» di un prete che dà il meglio di sé nell'indagare non i misteri della Fede, bensì quelli del Male, G.K. Chesterton è stato ed è il cocco di quattro papi. In ordine cronologico: Pio XI, Giovanni XXIII, Benedetto XVI e Francesco. Il primo nel 1929 lo volle come collaboratore a mo' di... Cassazione dei santi, cioè per verificare, con maggiore acribia e competenza dell'«avvocato del diavolo» e impiegando la «tavola Ouija» (lo strumento utile per vederci chiaro nelle comunicazioni medianiche), la pertinenza delle cause di canonizzazione. Il secondo voleva addirittura farlo santo, nel 1958, ma poi, tutto preso dal Concilio Vaticano II, non tornò più sull'argomento. Il terzo è un suo fan e durante il proprio pontificato ha spesso fatto riferimento all'opera dello scrittore. Il quarto è anch'egli un suo appassionato lettore, e anch'egli lo vorrebbe santo.

Ciò che è scritto nel precedente paragrafo contiene un bel po' di storia e qualche pizzico di fiction, quanto basta, unita ad altre spezie facilmente reperibili come il peperoncino dei segreti vaticani, l'origano che sa di incenso e il curry anglosassone (inglese come il papà di padre Brown e statunitense come un altro Brown, il ben noto Dan) per cucinare un finto-romanzo, finto-reportage, finto-saggio. Insomma, una buona fiction. Lo ha fatto il colombiano Juan Esteban Constaín, classe 1979, dandogli l'azzeccatissimo titolo L'uomo che non fu giovedì (Fazi, pagine 190, euro 16,50, traduzione di Andrea Rigato).

Si parte da una Venezia carnascialesca, si passa obbligatoriamente da Roma e si arriva, quasi, a San Gilbertone (vista la mole e per distinguerlo da sei omologhi e un beato). Il quale scrisse, nel saggio L'imputato: «Prima di passare a visioni e creazioni, possiamo accontentarci di un pianeta di miracoli».