Chi va al "Mulino sulla Floss" s'infarina di morale pubblica

Due secoli fa nasceva George Eliot, la scrittrice più virile nel combattere il conformismo

Il 18 gennaio 1858, Charles Dickens le (anzi, gli) si rivolge per lettera così, dopo averne letto l'esordio letterario: «Nell'esprimere gratitudine, al creatore delle disavventure del signor Amos Barton, e della triste storia d'amore del signor Gilfil, sono (presumo) destinato ad adottare il nome che piace a quell'eccellente scrittore assumere. Non posso suggerire di meglio; ma sarei stato fortemente disposto, se fosse dipeso da me, a rivolgermi allo scrittore come a una donna. Ho osservato quelli che mi sembrano tocchi così femminili, in quelle commoventi finzioni, che quanto assicurato dal frontespizio è insufficiente a soddisfarmi, ancora adesso. Se hanno avuto origine senza donna, credo che nessun uomo abbia mai posseduto l'arte di farsi, mentalmente, così donna, da quando il mondo ha avuto inizio».

Tutti i grandi scrittori sono anche grandi psicologi, e Dickens qui lo conferma, smascherando la signorina Mary Anne «Marian» Evans. Sì, per la legge ancora signorina, nonostante la scandalosa convivenza more uxorio con il filosofo e critico letterario George Henry Lewes, in rotta con la moglie, imbastita qualche anno prima. Dietro il nome e il cognome di «George Eliot» che firma quelle Scene di vita clericale, lascia intendere l'attento lettore e catalogatore di anime, non c'è un uomo, o, quantomeno, non può esserci soltanto un uomo...

Nata femmina il 22 novembre 1819, giusto due secoli fa, Mary Ann nacque la seconda volta come «George Eliot» a 37 anni. Volle infatti presentarsi al mondo quale autore maschio per tagliare la testa al proverbiale toro, e soprattutto alle chiacchiere che sono più pericolose di un toro infuriato, se eccitate dal rosso di una passione e di una condotta di vita vietata dal comune senso del pudore. Detto che nel maggio 1880, sette mesi prima di morire, Mary Ann divenne finalmente «signora», dando l'ultimo colpo di maglio al castello di carte dei benpensanti, sposando un broker scozzese con vent'anni meno di lei, occorre passare dalla forma alla sostanza. Cioè dai costumi ai corpi nudi.

Per farlo, cade a fagiolo la nuova traduzione di Il mulino sulla Floss, condotta da Alessandro Fabrizi sul testo curato da Antonia Susan Byatt per l'edizione Penguin del 1979 (Neri Pozza, pagg. 766, euro 24, da oggi in libreria). Uscito nel 1860, il fluviale romanzo adagiato sulle rive dell'immaginaria Floss, appunto, sviluppa il tema già sotteso alle Scene di vita clericale e, come abbiamo accennato, alla stessa biografia dell'autrice: noi non possiamo mai essere esattamente come siamo, perché dobbiamo portare sulle spalle il peso di come gli altri ci vedono e ci vogliono.

I fatti che narro, ci dice Mary Ann, iniziano una trentina d'anni fa. «Erano tempi - scrive - in cui l'ignoranza si portava molto più comodamente di oggi ed era ricevuta con tutti gli onori nella buona società senza doversi ornare di una elaborata parvenza di cultura; non esistevano ancora i periodici a buon mercato, e i medici di campagna non ci pensavano nemmeno a chiedere alle loro pazienti se amavano leggere - davano semplicemente per scontato che preferissero spettegolare; era quello il tempo in cui le signore portavano ricche vesti di seta con grandi tasche, dove tenevano un osso di montone per proteggersi dai crampi». Come a dire, con il tono ironico che smentisce quanto afferma: mica era come oggi, nella società evoluta dei nostri giorni... La parola chiave è «ignoranza», e abbraccia un bel po' di registri: la superstizione, il conformismo, la cristallizzazione dei censi e dei ruoli, l'impermeabilità rispetto al nuovo, l'ottusa paura del diverso. Nel primo, meraviglioso e brevissimo capitolo in cui Mary Ann scivola dalla descrizione di un paesaggio idillico alla propria stessa rappresentazione di autrice che diventa spettatrice dello scenario con il corpo, oltre che con la mente, scorgiamo in lontananza una graziosa figurina di bimba, in compagnia di un buffo cagnolino. E capiamo subito che sarà lei l'eroina, la piccola Giovanna d'Arco stordita dalle voci incalzanti di chi le sussurra o le urla senza tregua che cosa fare e che cosa non fare.

Il mulino sulla Floss in principio appartiene al signor Tulliver, padre di lei, «la piccola» Maggie, e di Tom, l'erede a un trono instabile che si sfarina rapidamente quando il capofamiglia perde una causa incautamente intentata contro un tale che rivendica diritti sull'uso delle acque del fiume. In breve, tutto va a rotoli. Il sogno borghese diventa un incubo sottoproletario, con la beffa che si aggiunge al danno visto che, per sopravvivere, i Tulliver sommersi dai debiti diventano di fatto dipendenti dell'avvocato di parte avversa, Wakem. Il signor Tulliver va letteralmente fuori di testa, la sua signora piagnucola esponendosi al ludibrio delle sue sorelle meglio maritate, Tom si rimbocca le maniche come può. E Maggie, la quale prometteva benissimo, nei panni di adolescente emancipata dalle buone letture e dal buon cuore, deve chinare il capo e sottomettersi al ruolo di sorella con la funzione di angelo del focolare. Due amori impossibili, con il figlio gobbo di Wakem e con il corteggiatore ufficiale della cugina ochetta Lucy, ne sfiancheranno la resistenza, morale e fisica.

Fino al simbolico epilogo di una storia che, scaturita dalle acque, nelle acque annega. La cosa non turba l'opinione pubblica che, secondo Mary Ann, «è sempre di genere femminile: non il mondo, ma la moglie del mondo». E l'accusa di misoginia, in questo caso non regge.