"Ci sono volute le arti marziali per farmi diventare un cattivo"

Keanu Reeves ha debuttato alla regia con "The Man of Tai Chi" e recita nel kolossal "47 Ronin"

da Los Angeles

Per metà sangue cinese (il padre è sino-hawaiiano - la madre invece è inglese), Keanu Reeves si sta avvicinando sempre di più alle sue radici orientali apparendo ora in due film fortemente piantati in quella cultura. The Man of Tai Chi, da lui anche diretto - il suo debutto alla regia - e 47 Ronin, un'epica shogun ispirata a una leggenda giapponese, in uscita in Italia. L'enigmatico, sfuggente Keanu, che compirà 50 anni il prossimo 2 settembre, è molto legato alla filosofia Zen, al tai-chi e a tutto ciò che è arte marziale fin dai tempi del primo Matrix (1999). Divo schivo di successi come Break Point, Speed, la trilogia Matrix e il più recente The Day the Earth Stood Still del 2008 - dopo il quale è sparito dalle scene per oltre quattro anni - Reeves torna dunque in pubblico. Per lui è come un darsi in pasto ai leoni, sempre una sofferenza. Ma la recitazione gli piace, ed è costretto a farlo. Capelli lunghi, lisci e ancora neri, barba incolta, occhiaie, ha l'aria di uno che si è appena svegliato. In pubblico lo si vede solo quando lavora o deve promuovere qualcosa. Il resto è fuga. Di una sola cosa si compiace Keanu: che questa sua evanescenza non desta più curiosità come una volta.

Mr. Reeves, ci spiega il suo rapporto con le arti marziali, da dove deriva questa sua passione?
«Ho sempre amato i film di Kung Fu, da Bruce Lee a Jackie Chan. Ma anche i drammi samurai di Kurosawa. Mi piacciono le lotte finte, l'artificio coreografico dei mano a mano, quasi un balletto. Mi piace il movimento del corpo, dalla lentezza del Tai Chi alla velocità del Jujitsu».

In The Man of Tai Chi lei recita un cattivo, perché?
«Sono stufo di interpretare eroi. I cattivi sono sempre più divertenti da recitare. Il film l'ho diretto io e mi sono scritturato da solo: questo è uno dei vantaggi di essere anche regista. I cattivi non si fanno tanti scrupoli come i buoni. Ho passato una vita davanti alle cineprese mettendo in scena i conflitti di persone che tendono al bene proprio e degli altri. Per una volta volevo togliermi quel fardello di dosso».

Non si sente di fare del bene agli altri?
«Sì nel mio privato. Ma come attore, o regista, penso solo a intrattenere. I messaggi preferisco mandarli con la FedEx!»

The Man of Tai Chi è recitato in gran parte in cinese, oltre che inglese: difficile dirigere un film poliglotta?
«L'importante è saper comunicare. Non importa in che lingua. Esprimere emozioni, lo fai con la faccia più che con la parola».

Cosa l'ha spinta a recitare in un kolossal come 47 Ronin, che si dice sia costato quasi 200 milioni di dollari?
«Dopo Matrix in effetti mi ero riproposto di non caderci più. Ma di Ronin mi piaceva il tema dell'onore, della vendetta e del sacrificio. E c'è pure una tragica storia d'amore. Mi piace il mio personaggio, un ex samurai, ora guerriero Ronin senza padrone, che cerca di riconquistare il suo onore perduto. Una storia ispirata a una leggenda del folklore giapponese. Io mi sento a casa mia con queste storie. Faceva da pendant con Tai Chi».

Come si è preparato per questo ruolo?
«Familiarizzando col periodo Ronin, nel 1700, e cercando di immedesimarmi con questo formidabile outsider. Ho pensato ai problemi di integrazione che tutti vivono in questo periodo di grandi migrazioni nei vari paesi e nelle grandi città. È così che ho concepito il mio Ronin. Qualcuno che cerca di integrarsi, riscattare la propria dignità ed emanciparsi da una provenienza non certo privilegiata. Per quanto riguarda l'aspetto fisico ho praticato il katana, la lotta giapponese con le spade lunghe. Ho fatto molta palestra e seguito ferree diete. Dopo un po' di anni mi sento di nuovo pienamente in forma grazie a questi due film. Mi ero un po' lasciato andare».

Cosa fa quando non lavora?
«Leggo e suono. Me ne sto molto per conto mio, ho sempre avuto un buon rapporto con me stesso. Quando sei sul set di un film devi per forza interagire con centinaia di persone, e va bene. Ma quando si finisce e torno a casa sento il bisogno di stare da solo. O al massimo vedere quei pochi vecchi amici che ho da quando arrivai a Los Angeles da ragazzino, dal Canada. Sono legato molto alla mia famiglia e alle mie sorelle. Dentro mi sento ancora quel ragazzino canadese a cui piaceva tanto giocare a hockey su ghiaccio. Quel che è successo dopo non ricordo bene come sia avvenuto».