Al cinema "L'Atelier", la gioventù post-Bataclan

Opera autoriale in cui va in scena una metafora della condizione giovanile francese e che individua nella mancanza di dialogo la genesi delle tensioni sociali

"L'atelier" racconta di un'affermata autrice di gialli, Olivia Dejazet (una splendida Marina Fois), e del laboratorio di scrittura che la donna accetta di tenere a La Ciotat, città del sud della Francia nota un tempo per i cantieri navali ma ormai in piena crisi economica. L'idea è scrivere un thriller che poi sarà pubblicato con la firma di tutti coloro che hanno partecipato alla sua ideazione e stesura. Il processo creativo ha un solo diktat: il libro dovrà essere ambientato proprio a La Ciotat. Nel multietnico gruppo di ragazzi che prendono parte a questo workshop estivo ce ne è uno, Antoine (Matthieu Lucci), che con le sue idee razziste e con la sua curiosità per l'istinto di uccidere, porta il caos. L'insegnante prova a esplorare gli oscuri turbamenti del giovane ma, così facendo, arriva a rischiare la propria incolumità.

Il regista, Laurent Cantet, noto al grande pubblico per il film "La classe" (Palma d’Oro nel 2008) che raccontava di un insegnante alle prese con i difficili alunni di una scuola media, continua a esplorare ambiti educativi anticonvenzionali e gioventù difficile. Gli interpreti sono il fiore all'occhiello del film, la loro recitazione, così naturale, rende palpabile e credibile l'ensemble delle dinamiche relazionali al centro dell'opera.

Vanno in scena sessioni di brainstorming che alimentano uno scontro di personalità diverse per indole e per origine socio-culturale: dibattiti attraenti nei contenuti ma la cui asprezza rivela quanto l'integrazione dei vari punti di vista sia ardua. Ognuno dei presenti sembra incarnare un aspetto della Francia moderna, emergono temi delicati come il terrorismo e, soprattutto, appare difficile una convivenza democratica tra principi identitari tanto distanti tra loro. Nel film, grazie alla mediazione della matura scrittrice, molti dei motivi di divisione tra i ragazzi lasciano a poco a poco il posto a un'apertura reciproca. Resta una sola, pericolosa variabile a inficiare gli sforzi di pacifica collaborazione: la violenza silente nascosta in un individuo come Antoine. Così cupo e impenetrabile, il giovane avrebbe un qualche talento nella scrittura ma è così sprezzante da preferire il mutismo o la provocazione verbale a qualsiasi altra forma d'espressione. Non ha idee davvero sue e sembra riempire il proprio vuoto e la propria solitudine con un miscuglio spaventoso di apatia e rabbia. La sua aggressività è frutto non di un'ideologia quanto di un tremendo nichilismo esistenziale.

Il film mostra come per certi soggetti sia quasi indifferente sparare alla luna o a un essere umano, purché sia spezzata la routine di una vita sempre uguale e che percepiscono senza scopo. Blindati ermeticamente in se stessi e disinteressati al dialogo, non discendono da una determinata etnia quanto dal vuoto di valori dell'attuale società.

(In sala dal 07 Giugno)