Al cinema il remake di "Papillon": un'ode alla resistenza umana

Un dramma carcerario ricalcato sull’originale del ’73, ben diretto e interpretato, in cui si predilige un approccio fisico al racconto, piuttosto che psicologico

È nei cinema "Papillon", remake della celebre pellicola con Steve McQueen e Dustin Hoffman del 1973. Il film è stato presentato al Toronto Film Festival e si basa sull'autobiografia di Henri Charrière (soprannominato Papillon per una farfalla tatuata sul torace), uomo che fu per anni incarcerato sull'Isola del Diavolo, la celeberrima colonia penale situata in Guyana francese.

La trasposizione cinematografica odierna appare più che dignitosa: va in scena un dramma carcerario a tratti molto muscolare, soddisfacente dal punto di vista emotivo e visivo, anche se il confronto con il celebre predecessore è senza dubbio scomodo.

Diretto da Michael Noer e con protagonisti Charlie Hunnam e Rami Malek, il film è ambientato negli Anni '30. Siamo a Parigi. Papillon (Hunnam) viene accusato ingiustamente di omicidio e spedito a scontare la sua pena in Guyana. Durante il trasferimento conosce Louis Degas (Malek), lì per aver falsificato dei buoni del tesoro. Il ricco Degas ha con sé il denaro sufficiente a corrompere le guardie e così Papillon gli offre la sua protezione in cambio di sostegno durante una futura evasione. I disperati tentativi di fuga, via via fallimentari, porteranno a conseguenze drammatiche.

La narrazione, solida e attraente, si distingue per efferatezza visiva, ambientazione suggestiva e ritmo dinamico. Assistiamo a un excursus di violenze inaudite che i protagonisti sono in grado di sopportare solo grazie al fatto di avere qualcuno di cui importi loro ancora più che di se stessi: nata per utilità, l'amicizia tra i due si trasforma a poco a poco in un rapporto simbiotico, un faro cui guardare nelle prove più dure. Affezionarsi a un'altra persona, in certi frangenti, può salvare la vita. La fratellanza nella sofferenza e la condivisione della speranza rendono il futuro non una chimera ma qualcosa per cui lottare, perché la vicinanza interiore a un altro essere umano è il più potente corroborante per lo spirito.

Anche se la nuova versione si difende, l'augurio è che possa avvicinare un ampio numero di spettatori all'omonimo grande classico del passato.