"La città che sale, cambia, non si ferma mai"

Una mattina gelida, dopo cinque anni, un uomo esce dal carcere di San Vittore...

Un lenzuolo steso fra i tetti e le cimase, puntellato dai colmi, dalle canne fumarie, dai merli ghibellini, gonfio, pesante, pallido, striato di fuliggine, opprimente, un panno sporco, caliginoso, pronto a cedere, a rovinare sulle teste dei passanti, un sudario infetto, estenuante, che batteva nelle tempie, tagliava il fiato, escludeva l'orizzonte.

Questa fu la prima sensazione di Sasà, appena fuori dal portone. Il cielo come una copertura, un soffitto, sulla piazza Filangieri. E poi il cantiere della nuova metropolitana, a pochi metri dal carcere. La città che cambia, che sale, che scava, che costruisce, che non si ferma mai. Quattro anni di galera e va a finire che non riesco neppure ad orientarmi. Infine il freddo. Aveva le orecchie ghiacciate. La destra e ciò che restava della sinistra. Tirò su il cappuccio della felpa, troppo leggera, primaverile. Il tempo di farsi portare un giaccone pesante non c'era stato. Meglio così, nessuno deve sapere che sto respirando da uomo libero. Finché mi credono al gabbio ho tutto il tempo che voglio, si tratta solo di usarlo bene. Niente cazzate, si diceva. Aveva un piano, l'aveva studiato nelle notti insonni, nelle mattinate in cella al quarto raggio, nelle ore d'aria. Niente cazzate e tutto andrà come deve andare.

Decise di farsela a piedi, almeno fino al capolinea della 57. Guardò a sinistra e riconobbe la cupola di San Vittore. Costeggiò il muro del carcere, all'angolo con via Vico sputò a terra in direzione della garitta. Addio, pezzi di merda, scordatevi la mia faccia. Camminava giù dal marciapiede, tentando le pietre del pavé che serravano i binari del tram. La città borghese gli si presentava di fronte, austera, penitenziale, borromaica. Al semaforo girò a destra. Seduto su un dissuasore di pietra c'era un cazzo di negro alto più di due metri che sembrava lo stesse aspettando da ore.

«Amico» gli disse, mimando il gesto di fumare. «Sigaretta?». Sasà si fermò due secondi a pensare. Col cazzo che glie l'avrebbe data in cella. Le sigarette sono moneta di scambio in galera. Ma qui poteva essere generoso. Tirò fuori un pacchetto gualcito dalla tasca della felpa. «Ce l'hai d'accendere?» gli chiese. L'africano annuì, mostrando un accendino arancione. «Bene, bravo ragazzo» disse Sasà, porgendogli la sigaretta. Poi ne estrasse una, provò a raddrizzarla e se la ficcò in bocca. Il nero prima accese la sua, poi si avvicinò per infiammare la punta del cilindro serrato fra le labbra di Sasà. L'uomo piegò il capo, quasi avesse paura che il cappuccio prendesse fuoco. «Gangia, amico?» chiese sottovoce il ragazzo. Sasà sfiatò fuori un cono grigio che andò a dissolversi sul lenzuolo sporco del cielo. «Cosa? Che hai detto?». «Fumo, amico? Erba?».

Sasà sorrise. Se ogni volta che vuole vendere della roba scrocca una sigaretta a questo gli verranno i polmoni più neri del suo brutto muso. Sempre se non lo beccano prima: se ne sta qui a fare da soprammobile sui panettoni della piazza tutto il giorno, a due passi dal carcere, con le volanti che girano di continuo, ma come cazzo lavora la gente? Ai miei tempi le cose si facevano bene, con professionalità. Se lo diceva con cognizione di causa, certe cose le conosceva a menadito, ché lui nel giro della roba c'era cresciuto e pasciuto, fin da ragazzino. Cazzo, come passa il tempo, cosa saranno ormai, trent'anni? Poteva avere quindici anni al massimo, s'era già fatto due volte la quinta elementare, e due la terza media. Alle elementari poteva anche essere stato un problema di apprendimento, era ciuccio forte, apriva i libri e li richiudeva. Alle medie invece fu una testata sul naso di un professore a fargli ripetere l'anno. Colpa di quel coglione, comunque. Sasà era uno che tendenzialmente si faceva i cazzi suoi, non rompeva le palle in classe, si metteva in fondo all'aula e dormiva. Gli piacevano solo le lezioni di Geografia, ma forse perché la professoressa aveva due tette così e a lui gli ormoni già viaggiavano senza sosta da tempo. Gli altri prof facevano finta di niente, tanto non c'era da cavare nulla da quella rapa. Solo quello di Tecnica s'era impuntato. A lui questa cosa di avere qualcuno che dormisse in classe, così, ostentatamente, gli faceva saltare i nervi. S'era messo in testa che Sasà dovesse seguire le sue lezioni. Non c'era volta che non si beccassero. E dai una volta, e dai due, fino a quel giorno.