Claustrofobico, violento e apocalittico Il «Macbeth» di Nesbø sembra «Blade Runner»

Duncan è il capo della polizia e il generale è un ex tossico delle squadre speciali

Luca Crovi

È un progetto imponente, quello della Hogarth Press: «una collana di opere shakespeariane riscritte dai romanzieri più apprezzati e di successo del nostro tempo» a quattro secoli dalla morte del Bardo. A misurarsi con il genio inglese sono Margaret Atwood, Tracy Chevalier, Howard Jacobson, Anne Tyler, Jeanette Winterson, Edward St. Aubyn, Gillian Flynn con, rispettivamente, La tempesta, Otello, Il mercante di Venezia, La bisbetica domata, Il racconto d'inverno, Re Lear, Amleto. Non poteva mancare un autore noir, così Macbeth è stato affidato al norvegese Jo Nesbø che ha destrutturato e riassemblato il modello originario in un romanzo che è la contaminazione di più generi: dal pulp al noir all'horror al distopico (Rizzoli, pagg. 616, euro 20, traduzione di M.T. Cattaneo).

La sensazione è di leggere non un semplice adattamento dell'opera originale, bensì una sua reinvenzione. La storia è ambientata in un'anonima, piovosa, buia metropoli senza nome degli anni Settanta, riconoscibili solo dalle canzoni dei Rolling Stones e dei Lindisfarne che vi vengono suonate. Il sound che Nesbø dà alla storia e la visionarietà che usa nel delinearla omaggia il Frak Miller di Sin City e Robocop. La mai nominata località somiglia più alla Gotham City di Batman che alla Inverness originaria. E ha affinità con la Poisonville di Piombo e sangue di Dashiell Hammett e con altri luoghi come la città prigione di 1997: Fuga da New York di John Carpenter o la Los Angeles di Blade Runner di Ridley Scott. Un luogo diviso in Distretti dove la malavita detta legge e la polizia è collusa con il potere e la criminalità. «La nostra - spiega l'immaginario speaker radiofonico Walt Kite - è una città che ha smesso di dare e ha iniziato a prendere. Per prima cosa abbiamo smantellato l'industria, poi la ferrovia in modo che nessuno potesse andarsene da qui. Poi abbiamo iniziato a vendere droga i nostri concittadini, dove prima si compravano i biglietti del treno, così da poterli derivare con tutta calma. Non avrei mai pensato di provare nostalgia per quelle sanguisughe degli industriali ma loro operano perlomeno in settori rispettabili. A differenza dei settori che oggigiorno sono ancora redditizi, vale a dire gioco d'azzardo, droga e politica!».

Paladino della giustizia in questo luogo violento è il nuovo integerrimo capo della polizia Duncan. A bloccare il suo piano di giustizia sarà il malsano, maledetto, irascibile ex tossico Macbeth, poliziotto semplice delle squadre speciali. A scatenare la sua ambizione sarà il boss del narcotraffico Ecate, ma anche la passione lussuriosa per la sua Lady Macbeth. Il romanzo non è una rilettura filologica dell'opera shakespeariana, anche se talvolta ne riprende i dialoghi. È un fanta-noir adrenalinico, carico di steroidi e stereotipi che grondano sangue pagina dopo pagina e che producono l'effetto o di stupire o di nauseare il lettore. La storia non si apre con il sabba-incontro delle streghe immaginato da Shakespeare, ma le megere nel romanzo esistono e invece che far uso di sortilegi stordiscono le persone con una nuova incredibile droga che si chiama «power» (potere). La battaglia furiosa delle milizie di Scozia contro i Norvegesi e gli Irlandesi viene sostituita da un'epica e rocambolesca retata-conflitto a fuoco fra le forze di polizia e la gang di bikers dei Norse Riders. Al posto dei cavalli e dei cavalieri in armatura Nesbø inserisce moto corazzate e sidecar dotati di mitragliatrice. E il viaggio andata e ritorno all'Inferno dei suoi personaggi segue una sola e unica legge: «sangue chiama sangue».

Gli appassionati delle inchieste del detective Harry Hole troveranno qua e là richiami alla serie più popolare dell'autore e in particolare si accorgeranno che esiste più di un'affinità fra Il leopardo e Macbeth.