Conoscenza e bellezza non sono mai in mostra

Trione e Montanari: l'industria delle esposizioni alimenta l'ignoranza. Meglio camminare in città...

«Se c'è un motivo per essere contro le mostre è che le mostre sono contro il contesto (naturale, artistico, culturale del Paese, della regione, della città in cui viviamo, ndr): sono le mostre il più grande fenomeno di rimozione e oscuramento dei contesti, insieme a guerre e a catastrofi naturali». Così leggiamo a pagina 36 del pamphlet Contro le mostre di Tomaso Montanari e Vincenzo Trione (Einaudi, pagg. 170, euro 12), ed è questo il tono, apodittico, veemente e talora volutamente «ingiusto» di tutto il libro. Ma è di simili intemperanze che abbiamo un assoluto bisogno. Le stesse che animano i precedenti nobili di questo audace tentativo: da Lo Stato culturale di Marc Fumaroli (Adelphi) a L'inverno della cultura di Jean Clair (Skira). Libri necessari, anche perché quasi sempre lo spirito dell'epoca si manifesta nell'atto di opporvisi, e molto spesso i personaggi che più hanno segnato un'epoca sono coloro che (pagando di persona) l'hanno criticata.

Libri necessari: anche a coloro contro cui si rivolgono, in questo caso assessori confusi, sovrintendenti superficiali, curatori seriali, sponsor preoccupati del «ritorno d'immagine», leggi usa-e-getta, e in genere tutta un'industria delle mostre che, sempre a vantaggio (economico) di qualcuno, imperversa promettendo nunc et semper emozioni, emozioni ed emozioni, dimenticando quella che è l'emozione fondamentale, senza la quale non esisterebbero le altre: la Conoscenza. Se le mostre non solo non ci danno conoscenze, ma alimentano l'ignoranza, a cominciare dalla disabitudine a guardarci intorno, a scoprire tutta la bellezza «km zero» che ci offrono le nostre città e i nostri paesi, allora dicono gli Autori molto meglio disertarle. Sulla necessità vitale di riappropriarci del paesaggio in cui viviamo, riallacciando il nesso antropologico che ci lega ad esso, scrissi un intero libro nel 2011, Cattedrali, dove esprimevo il concetto che, quasi letteralmente, Montanari riprende nel capitolo 2 del pamphlet: «Invece - scrive Montanari - di andare a vedere una mostra che s'intitola Tutankhamon Caravaggio Van Gogh (la più visitata nel 2015), potremmo camminare per quindici minuti nella nostra città (per esempio andando al lavoro) accorgendoci finalmente di ciò che ci circonda: un palazzo, una cappella, anche solo un portale o un'epigrafe memoriale, un albero secolare, semplici frammenti del passato inglobati dal tessuto moderno».

Era esattamente quello che faceva mio nonno, impiegato alle Poste & Telegrafi, a Firenze. In altre parole, Trione e Montanari non chiedono cose nuove, ma solo di fare quello che in Italia si è sempre fatto. E se mio nonno, quinta elementare, per quarant'anni imparò ad amare ogni sasso della sua città, così mio nonno avrebbe trovato ragionevole che in un Paese che ospita una porzione enorme del patrimonio artistico del pianeta a curare le mostre non fossero professionisti della curatela, ma veri studiosi, e che le mostre servissero a illuminare (non solo per gli specialisti ma per tutti) l'esito fruibile da tutti di un percorso di ricerca costellato di scoperte, di cambi di prospettiva. Il libro è ricco di esempi non solo negativi ma anche positivi, come quando Trione affronta il fenomeno delle mostre crossover, dove artisti contemporanei (da Kiefer a Greenaway) cercano di illuminare con le loro opere facendosene illuminare - la forza di un passato che rischia continuamente di perdere la sua vitalità. Ma anche qui est modus in rebus, e l'idea geniale rischia di partorire figli idioti nel momento in cui si trasforma in moda, spettacolarizzazione, retorica: un rischio sempre presente poiché è su questi elementi deteriori che gioca la fabbrica del business.

Contro le mostre non è stato scritto per convincere il lettore di qualcosa, ma per indurlo a pensare. Si può essere d'accordo o in disaccordo, non è questo il punto. Io per esempio non concordo con il giudizio sulla mostra dedicata ad Antonello da Messina al Mart di Rovereto nel 2013, che considero splendida anche per le ragioni che inducono Trione a prenderne le distanze. Ma questo fa parte del gioco, e io, che non sono un esperto d'arte, preferisco fermarmi qui, lasciando ad altri il compito di entrare nel cuore delle singole polemiche e delle singole considerazioni sull'operato di ministri, direttori di musei, sovrintendenti, studiosi e sui mille intrecci tra tutto questo e la politica.

Tuttavia il libro è da consigliare a tutti i visitatori di mostre e a tutti coloro che hanno a cuore, in questo Paese, la cultura e l'arte. A differenza dei Fumaroli ecc., Montanari e Trione scrivono in un'Italia quasi del tutto priva di grandi istituzioni culturali super partes, come possono esserlo il Collège de France, l'Académie Française, o l'Ihes. Al riparo di un sistema che consente di studiare sempre e comunque, Fumaroli ha potuto guardare «dall'alto» la situazione di una Francia sempre più lanciata verso un'identificazione dell'arte con il business e (conseguentemente) della cultura con un dovere liturgico e non con un atto personale e totalmente libero. Nell'Italia di Trione e Montanari, viceversa, questi ripari non esistono, e la battaglia per una bellezza dove tutela (poco profitto) e valorizzazione (molto profitto) possano andare sempre di pari passo, è qui e subito. Il problema, come detto, va ben oltre il campo dell'arte stricto sensu e tocca un intero sistema culturale non solo italiano ma globale, che già alla fine degli anni Settanta un intellettuale di genio come Ivan Illich definì «l'epoca delle professioni disabilitanti», o come dico io «dei patentini». Un sistema per cui un curatore «professionista» di mostre risulterà sempre più affidabile per chi, s'intende, ci mette i soldi e intende ricavarne di più - di un qualsiasi grande studioso.

Benvenuti dunque nell'epoca dei patentini. Ce n'è per tutti: curatori di mostre, psicologi scolastici, designer, assessori alle Varie & Eventuali, venditori di sistemi per la depurazione dell'acqua, manager calcistici, idraulici. Un tempo si diceva: «Lei è un cretino patentato!» Ma si sa, la società si evolve, si diversifica...