Coraggioso, anticonvenzionale, profondo Bloom ha fatto della letteratura la vita

La sua forza era nelle idee e nella verve polemica, mai da mediocre

«L'America non ha prodotto altro di buono che Walt Whitman e Louis Armstrong». Di tali sulfuree battute era capace Harold Bloom, il più grande, influente, magistrale critico del mondo, di cui piangiamo la perdita. Mi imbattei per la prima volta in lui quando non era ancora il celebre autore del Canone occidentale. Fu grazie al suo libro d'esordio, dedicato a Shelley come creatore di mito e uscito nel 1959, quando lui aveva soltanto ventinove anni. Mi sembrò subito così coraggioso, anticonvenzionale e profondo che da allora divenne una mia guida da lontano, un faro cui guardare sempre. Qual è la grandezza di Harold Bloom? Un pensiero forte, una capacità di formulare idee senza mezze misure, senza condiscendenza verso ciò che va per la maggiore, di prendere posizione sostenendo le proprie tesi con una cultura sterminata e attenta ai fattori spirituali.

In un mondo che per lungo tempo è stato dominato dalle ideologie, dallo strutturalismo, dalla semiologia, e ultimamente dal neofemminismo e da quell'insensato, suicida clima di livellamento verso il basso prodotto dal politically correct, Harold Bloom, con la sua fedeltà ai classici e all'Occidente, rappresenta un caso unico di intellettuale libero, e influente proprio per la sua libertà e per la energia debordante della sua voce. Si ribella all'idea che si possa studiare Batman insieme a Whitman, vede il pericolo di uno scivolamento su un unico piano inclinato che porta al nulla. I classici sono classici, la cultura di massa è la cultura di massa: stop. Un classico è un autore che resiste al tempo e genera influenze. Uno dei maggiori lavori di Bloom fu proprio, stabilendo un canone, di scoprire la trama, a volte sotterranea, a volte dichiarata, che lega tra loro autori di epoche diverse in quel sistema supremo di conoscenza che chiamiamo letteratura. Si sa quali sono i cardini del suo canone. Shakespeare (al quale è dedicato il suo Il demone di Shakespeare, in uscita il 5 novembre per Rizzoli), la cui definizione data da Harold Bloom è la più potente che si possa dare: l'inventore dell'umano, poeta e pensatore, per lui più grande anche come tale di un Hume o un Wittgenstein. E poi Dante, Cervantes, Molière, Goethe, sino a Walt Whitman, cui ha dedicato pagine esemplari a partire dalle considerazioni che su di lui fece D.H. Lawrence nei suoi Classici americani. L'indipendenza di giudizio di Bloom è tale, che difende Lawrence dall'accusa di simpatie fasciste, che tanti mediocri sono pronti ancora oggi a sottoscrivere. Ma la sua verve polemica è tale che nella stessa pagina non esita e definire fascisti Pound, Eliot e Yeats. Anatomia dell'influenza. La letteratura come stile di vita, è uno dei suoi ultimi grandi libri, ed è di una tale ricchezza di spunti che sorprende e incanta. Certo, la letteratura, per quanto possa apparire strano in tempi come i nostri, è uno stile di vita. Una continua invenzione dell'umano contro le forze disumanizzanti, un arroccarsi in alto, nella luce. Scrive Bloom: «Tutti temiamo la solitudine, la follia, la morte. Shakespeare e Walt Whitman, Leopardi e Hart Crane non cureranno tali paure. Questi poeti ci portano tuttavia fuoco e luce».