Così Croce si "arrese" al cristianesimo

Il filosofo di fronte al totalitarismo capì che la ragione non bastava

Sulla significativa riflessione di Benedetto Croce riguardante la crisi della civiltà liberale europea fra le due guerre mondiali getta ora nuova luce Biagio De Giovanni con un importante approfondimento: Libertà e vitalità. Benedetto Croce e la crisi della coscienza europea (il Mulino, 2018, pagg. 137, euro 14).

Tra la seconda metà degli anni Trenta e il secondo dopoguerra Croce ripensò l'idea di libertà alla luce dei tragici mutamenti storici che facevano presagire non solo la fine della civiltà europea, ma il venir meno della stessa civiltà umana. Individuò la loro genesi nell'ondata di attivismo, vitalismo e irrazionalismo scatenatasi dopo la guerra franco-prussiana del 1870, un insieme che aveva minato profondamente lo spirito pubblico dell'epoca, portandolo alle soglie del nichilismo. Sottolineò infatti che l'attivismo aveva generato «il fare per il fare, il distruggere per il distruggere, l'innovare per l'innovare, la lotta per la lotta,». Da questo torbido clima intellettuale, che si traduceva in una avversione per la civiltà liberale, presero avvio i movimenti e i regimi totalitari, dovuti alla «perdita o la grave diminuzione della fiducia che l'individuo pone in se stesso, e l'avida ricerca di qualcosa a lui esterno (un Partito, uno Stato, una razza e così via)». Croce, insomma, era costretto a riconoscere che l'avvento delle forze antiliberali - comunismo, fascismo, nazismo - smentiva clamorosamente la sua concezione della storia come storia della libertà. De Giovanni mette in luce come, per il filosofo liberale, tale drammatica divergenza andasse individuata nel prepotente emergere della vitalità, una dimensione non rintracciabile in modo specifico nelle distinte categorie del bello, del vero, dell'utile e del bene, che complessivamente costituivano la sua filosofia dello spirito. La vitalità era una forza «amorale, che genera e asservisce o divora gli individui». Allo stesso tempo, però, costituiva una integrazione necessaria per la vita spirituale e culturale, perché senza di essa «alla civiltà e alla moralità mancherebbe la premessa necessaria, la materia vitale».

Di qui, la necessità di ripensare l'idea della libertà, nella consapevolezza che il suo procedere è connesso con le forze amorali della stessa vitalità. Una consapevolezza che lo porterà a riconoscere che, se la libertà è la ragione suprema della storia, allora solo la forza spirituale rappresentata dal cristianesimo è in grado di coadiuvarla nel compito di salvaguardare le conquiste della civiltà liberale. Ecco dunque il laico Croce a scrivere, nel 1942, cioè nel pieno della seconda guerra mondiale, il celebre saggio Perché non possiamo non dirci cristiani .