Così Isaac B. Singer raccontò il ciarlatano che è in tutti noi

In un romanzo inedito il grande scrittore yiddish ci mette davanti a tutte le nostre ambiguità irrisolte

Fresco di premio Nobel, nell'autunno del 1978 Isaac Bashevis Singer viene intervistato dal New York Times Magazine in due puntate, 26 novembre e 3 dicembre. Alla domanda «cos'è un ebreo?», risponde così: «uno che, non riuscendo ad addormentarsi, impedisce agli altri di dormire». Non c'è bisogno di un rabbino quale era suo padre, Pinchos Menachem, per interpretare queste parole come fossero enigmatici testi sacri, perché intende dire proprio ciò che dice, papale papale: gli ebrei sono dei gran rompiballe. Lo sostengono da sempre proprio loro, gli ebrei, per il gusto di prendersi in giro prima e meglio di quanto li prendano in giro le battute dei non ebrei. Basti citare il geniale, antico motto yiddish: «due ebrei, tre opinioni».

A proposito di opinioni: due anni prima il Nobel era andato a un altro scrittore ebreo, Saul Bellow, che naturalmente Singer vedeva come il fumo negli occhi, nonostante l'altro nel '52 avesse per primo tradotto in inglese dall'yiddish un suo racconto, Gimpel l'idiota, aprendogli idealmente le porte del successo fuori dai confini, ristrettissimi, della lingua che Isaac Bashevis non abbandonerà mai. Singer era geloso dell'abilità del Bellow traduttore, temeva che i lettori avrebbero confuso il traduttore e l'autore, e glielo disse, molto tempo dopo: «They'll say it's you, not me». Guadagnandosi il seguente giudizio di Bellow: «era una personalità lambiccata, un opportunista, un carrierista». Riposino in pace entrambi, magari accapigliandosi...

Comunque, l'ebreo I.B. Singer era un rompiballe di quelli... con le palle, e non risparmiava se stesso. Merito e colpa, in principio, dei suoi genitori: il papà apparteneva infatti ai «pii», i chassidim, mentre la mamma, Basheve, era per gli «oppositori», i misnagdim, antagonisti di quella corrente, mistica e popolare, del giudaismo. Il secondo nome che Singer si diede, Bashevis, testimonia della sua preferenza per il profilo intellettuale problematico e non assertorio, critico e non dogmatico della madre, ma ciò non toglie che le due anime ebraiche ereditate insieme al Dna abbiano perennemente convissuto, ovviamente litigando, in lui.

L'uscita in italiano da Adelphi della prima edizione mondiale in volume di Il ciarlatano, romanzo pubblicato a puntate su un quotidiano yiddish di New York, Forverts, fra il 23 dicembre '67 e il 31 maggio '68 e successivamente tradotto in inglese, ma mai edito in quella lingua (su questa versione si basa il volume adelphiano), conferma il sistema binario valevole sia per il Singer uomo, sia per il Singer autore, pressoché perfettamente coincidenti. Il protagonista del romanzo, Hertz Minsker, come moltissimi alter ego della produzione singeriana, lavora in parallelo su due tavoli: quello delle domande alte, di ordine filosofico-teologico, sul senso del mondo e di Dio che evidentemente il mondo lo vuole così com'è, cioè crudele, ingiusto, assurdo, e quello della vita di tutti i giorni, governata dalle pulsioni più basse del sesso, della fama e della prosperità economica.

Mentre dall'altra parte dell'Atlantico l'Europa è dilaniata dalla Seconda guerra mondiale e a pagare con la vita sono milioni di ebrei, a New York altri ebrei hanno trovato una seconda casa, in attesa di trovare una seconda vita. Hertz, profugo polacco, vi giunge nel '40, portandosi dietro un progetto di libro in cui condensare il suo pensiero, «un miscuglio di edonismo spinoziano, di misticismo cabalistico e anche di qualche elemento di idolatria». Ma in valigia ha messo soprattutto il rancore per un Dio che non nega mai, ma che, al contrario, vuole stanare, sfidare, mettere di fronte alle sue responsabilità. Nel frattempo, intorno a lui si dipanano le trame sentimental-erotiche che lo legano a tre donne: la tormentata compagna Bronia che a Varsavia ha lasciato un marito e due figli; la mediocre poetessa Minna, moglie del suo miglior amico, l'immobiliarista Morris Kalisher; la volatile Miriam, assunta nel ruolo di spirito dalla padrona di casa-medium per avvalorare l'autenticità delle sue «sedute».

Fra equivoci e litigi, tradimenti e riappacificazioni, umorismo e melodramma, sembra di essere in un film di Woody Allen, ma con meno parole e più pensieri. Cattivi pensieri, per tutti, nessuno escluso. Gli stessi che Isaac Bashevis Singer si era portato dietro da Varsavia sui trent'anni, nel '35, accogliendo l'invito del fratello Israel Joshua, anch'egli scrittore, suo punto di riferimento e garante, ma dal quale progressivamente si allontanò per camminare sulle proprie gambe. Quei pensieri di ebreo problematico e ribelle avevano incominciato a ronzargli in testa quando, bambino, guardava e ascoltava il padre, al numero 10 di via Krochmalna, mentre amministrava la giustizia nel Beth Din, il tribunale rabbinico. Davanti a quel giudice di pace sfilavano teorie di piccole guerre domestiche, commerciali, dottrinarie. «Rammento - dirà Isaac Bashevis decenni dopo - che cercavo d'indovinare dentro di me chi era onesto e chi non lo era». Continuò a farlo fino alla morte, avvenuta il 24 luglio 1991 nella stessa Miami dove va a parare quel Ciarlatano di Hertz Minsker. Mettendo sul banco degli accusati anche Yahweh, l'unico che non poteva né mai potrà difendersi.