Così la pittura è sempre sopravvissuta Alla faccia di iconoclasti e critici fanatici

Bizantini, islamici, puritani, giacobini? Sconfitti dalla potenza dell'immagine

Che cos'è la pittura? Vasta domanda a cui il pittore-scrittore d'arte Julian Bell, nato a Londra nel 1952 e residente nel Sussex dipinto da Constable e Hockney, prova a rispondere in un libro così intitolato, edito da Einaudi. Prima di parlare del libro vorrei soffermarmi sull'autore: Bell è un pittore figurativo a volte piacevole ma non certo di prima grandezza, e al contempo un insegnante d'arte. Di personaggi dal profilo simile nelle accademie italiane di belle arti noi contribuenti ne manteniamo varie dozzine, e alcuni sono artisticamente pure più bravi. Purtroppo non uno dei nostri pittori-professori ci offre mai un libro del genere, un saggio piuttosto esaustivo capace di coniugare profondità di temi e brillantezza di scrittura.

In attesa di essere smentito vengo al testo che, fin dalla prefazione, ricorda le numerose dichiarazioni di morte che la presentemente vivissima pittura ha dovuto subire nel corso del tempo: l'iconoclastia bizantina, l'iconoclastia islamica (ancora minacciosa), l'iconoclastia puritana e quella giacobina (entrambe mirate contro l'arte cattolica), e poi la novecentesca iconoclastia delle avanguardie, in particolare del costruttivismo russo. Dopo aver dipinto quadrati neri e cerchi neri, Rodcenko nei primi anni Venti capisce di essersi cacciato in un vicolo cieco ma invece di tornare indietro verso la figura butta all'aria il tavolo e dichiara obsoleta la pittura tutta. Ovviamente la pittura sopravvive anche stavolta, come dimostrano i quadri anni Venti-Trenta di Mirò, Dalí, Picasso che corredano, insieme a molti altri, il libro. Ma ecco che avanza un altro Dottor Morte, il critico americano Clement Greenberg con cui Julian Bell ce l'ha parecchio. Cosa combina Greenberg? Nel 1939 pubblica su una delle più prestigiose riviste un saggio intitolato Avant-garde and kitsch che proclama il trapasso della pittura figurativa e prepara la strada all'espressionismo astratto: decine di secoli di storia dell'arte scambiati con la dissenteria cromatica di Jackson Pollock. «La pittura è stata confinata dalla critica greenberghiana entro limiti sempre più angusti» scrive Bell, in questo giudizio vicinissimo al nostro Nicola Verlato, uno dei massimi pittori italiani viventi che giusto l'anno scorso nella tela intitolata The cave ha dipinto Greenberg come un cowboy impegnato a sterminare i poveri pittori figurativi dipinti come pellerossa.

Che cos'è la pittura? A questo punto si potrebbe pensare che sia il linguaggio artistico più avversato dai fanatici di ogni sorta. Chi leggerà il libro di Bell non potrà non prendere le parti di un'arte felicemente sopravvissuta a legioni di becchini, assassini e menagramo. Sopravvissuta perfino alla fotografia. Il ruolo di questa tecnica considerata fin dall'inizio pittoricida (nel 1839 Paul Delaroche lanciò il solito grido «La pittura è morta!» osservando un dagherrotipo) secondo Bell va rivisto e ridimensionato: «La fotografia era un sintomo anziché una causa dei mutamenti avvenuti nella produzione di immagini». E lo dimostra esibendo un piccolo olio di Degas (Al caffè, 1875) che sembra un'istantanea, quasi un post di Instagram, dipinto all'epoca in cui le fotografie erano ancora pittoriche e paludate. Che cos'è la pittura? smonta anche altre convinzioni, ad esempio quella che considera l'abbandono del realismo, dell'imitazione della natura, del ritratto somigliante, un fenomeno squisitamente novecentesco. Senonché l'artista inglese James Jefferys già nel Settecento scriveva che «la pittura non è più imitativa, ma creativa». Senonché l'arte è stata irrealistica durante tutto il Medio Evo fino a Giotto, quasi mille anni. Senonché addirittura Aristotele esortava ad apprezzare della pittura non solo la mimesi ma anche qualità intrinseche come la tecnica e il colore.

La pittura è l'arte di tracciare segni sulle superfici e di resistere ai nemici della pittura.