Così Rathenau il capitalista sognò un'economia nuova

Ministro della Repubblica di Weimar ucciso nel '22 dall'ultradestra ispirò Mussolini e il corporativismo

La mattina del 24 giugno 1922, verso mezzogiorno, un attentato mise fine, a Berlino, alla vita di Walter Rathenau. Questi era il grande imprenditore tedesco che, come ministro degli Esteri della Repubblica di Weimar, aveva siglato con il collega sovietico Cicerin quell'accordo di Rapallo che, negoziato a margine della Conferenza di Genova del 1922, aveva rappresentato un momento di svolta nella politica internazionale. Con l'accordo di Rapallo, infatti, la Germania si era riappropriata di un ruolo da protagonista della diplomazia europea mentre l'Unione Sovietica aveva potuto spezzare il «cordone sanitario» che le potenze occidentali avevano creato nei suoi confronti per difendersi dal contagio rivoluzionario.

L'atto terroristico, compiuto materialmente da due ex ufficiali dell'esercito tedesco, era stato pianificato negli ambienti più reazionari della destra extraparlamentare, in particolare quelli dei cosiddetti Freikorps (Corpi Franchi), una organizzazione paramilitare di ex combattenti. In seguito lo scrittore Ernst von Salomon, che ne aveva fatto parte e ne aveva raccontato le gesta nel libro I proscritti, precisò che l'attentato a Rathenau era collegato proprio alle scelte di politica estera dello statista e segnatamente all'accordo con i sovietici. Questi ambienti della destra militarista, ancora scioccati di fronte a una sconfitta per loro inconcepibile e attribuibile solo al tradimento, non si erano resi conto che la politica di Rathenau la quale aveva come obiettivo finale la «revisione» del Trattato di Versailles, pur adempiendo, nel frattempo, agli obblighi dello stesso rappresentava l'unica strada possibile per risollevare una Germania imprigionata e umiliata da clausole ingiuste e punitive.

Tre mesi prima dell'attentato costatogli la vita, per l'esattezza l'11 marzo 1922, Rathenau aveva incontrato Mussolini, giunto in Germania per una rapida visita da giornalista. Lo aveva colpito al punto che questi, all'epoca ancora fortemente antitedesco, si convinse che sarebbe stato necessario aiutare economicamente la Germania perché il crollo della sua economia avrebbe potuto ripercuotersi in maniera drammatica sull'intero continente. Quell'incontro, in un certo senso, fu all'origine anche della progressiva evoluzione del pensiero di Mussolini in politica estera e, una volta giunto il fascismo al potere, dell'attenzione riservata dalla diplomazia di una Italia, pur saldamente ancorata al gruppo dei Paesi vincitori, alle posizioni «revisionistiche» dei trattati di pace.

I rapporti fra Rathenau e Mussolini furono episodici, ma la simpatia dell'imprenditore e uomo politico tedesco per l'Italia era davvero molto forte. Aveva dimestichezza con la lingua italiana e con la cultura anche politico-sociologica del Bel Paese, come dimostra la presenza nella sua biblioteca di autori quali Cesare Lombroso, Enrico Ferri e Vilfredo Pareto. Proprio in Italia, soprattutto in Lombardia e Liguria, egli aveva modo di venire spesso per motivi sia di piacere sia di lavoro. Durante uno di questi soggiorni, il 1° marzo 1911, aveva assistito alla prima, al teatro della Scala di Milano, dell'opera di Richard Strauss su libretto di Hugo von Hofmansthal intitolata Il cavaliere della rosa: una serata rimasta celebre per le contestazioni da parte del pubblico orchestrate da un gruppo di futuristi.

Sempre in Italia, poi, Rathenau era conosciuto anche come studioso di economia e di scienze sociali. Le sue tesi erano discusse negli ambienti del socialismo riformista e in quelli degli studiosi liberali che all'epoca discettavano di liberismo e protezionismo, nonché in alcuni settori del mondo nazionalista, in particolare in quelli legati ad Alfredo Rocco il quale, mutuando alcune idee dall'economista Friedrich List, aveva elaborato un programma di «nazionalismo economico» nella sostanza antiliberista, produttivistica e protezionista. Nel 1919, poi, era stata pubblicata, a cura di Gino Luzzatto, la traduzione italiana del volume L'economia nuova, che Rathenau aveva scritto nel 1917 quand'egli, già a capo della grande azienda di famiglia, la AEG, era impegnato a gestire la produzione bellica del suo Paese.

Quel piccolo saggio, L'economia nuova riproposto dall'editore Nino Aragno (pagg. XXVIII-142, euro 12) sulla base dell'edizione del 1919 con l'aggiunta di una sintetica nota editoriale di Emanuele Polledro è l'opera più significativa di Rathenau. Fece registrare subito un grandissimo successo, tanto che, appena pubblicato in Germania, nel solo mese di gennaio 1918, se ne vendettero ben 30mila copie: un risultato stupefacente per un saggio di politica sociale ed economica uscito in un momento storico così delicato. Era un successo, tuttavia, comprensibile perché il libro poneva il problema della necessità di ripensare, una volta terminato il conflitto, la stessa organizzazione economica della società anche di fronte alla sfida della «illusione comunistica».

Rathenau partiva dall'idea che la Grande guerra era stata la «più grande catastrofe economica mondiale della storia» e che dai disastri da essa provocati non sarebbe stato possibile risollevarsi con «i vecchi mezzi finanziari ed i vecchi sacrifici espiatori dei prestiti, dazi, imposte e monopoli» in un disperato tentativo di ricostituire «le condizioni anteriori alla guerra». Pensava, invece, che l'uscita dal tunnel sarebbe stata possibile soltanto attraverso un processo di riorganizzazione generale della società produttiva fondato sulla creazione di «unioni industriali» e di «unioni di industrie singole» che avrebbero raggruppato «tutte le aziende della stessa specie dell'industria, dell'artigianato e del commercio». Tali unioni assimilabili, «quanto alla forma», al modello di una società per azioni, e, quanto all'attività, a un sindacato sarebbero state «corporazioni riconosciute e sorvegliate dallo Stato con diritti assai estesi».

Il discorso di Rathenau si inseriva, naturalmente, nel dibattito che travagliava il socialismo europeo e tedesco in primo luogo, ma che interessava anche altre «famiglie» politiche, dai cattolici ai liberali fino ai nazionalisti. Esso, peraltro, pur con il riferimento al corporativismo e al «gildismo» medievale, non aveva nessuna connotazione anticapitalistica. D'altro canto, Rathenau, prima che politico ed economista, fu un imprenditore. Un imprenditore convinto, a torto o a ragione, che all'indomani del conflitto mondiale la società avrebbe dovuto essere razionalizzata secondo un progetto globale di riorganizzazione dell'economia e delle stesse strutture statuali.

Di lui, un grande scrittore, Robert Musil che lo aveva conosciuto a Monaco nel 1914 e ne era rimasto colpito avrebbe tracciato un bel ritratto nel suo L'uomo senza qualità facendogli indossare le vesti del fascinoso e poliglotta Paul Arnheim: «un nababbo tedesco, un ricchissimo ebreo, un originale che scriveva poesie, dettava il prezzo del carbone ed era intimo amico dell'imperatore di Germania che sapesse parlare di industria con i grandi industriali e di finanza con i grandi banchieri, era comprensibile, più sorprendente il fatto che fosse in grado di conversare con altrettanta competenza di fisica molecolare, di misticismo, di tiro al piccione». Un ritratto che coglie nel segno.