Così Vichi dà nuova forza al racconto breve

In "Se mai un giorno" lo scrittore descrive (con ironia) il vuoto del nostro presente

Se mai un giorno è il titolo della nuova raccolta di racconti (Guanda) che consacra definitivamente Marco Vichi tra i dieci maggiori scrittori viventi. Il suo intuito narrativo, come già nelle sue ultime opere, si è trasformato in letteratura. Con una narrazione che ha il respiro del classico (ricorda Robert Walser), un lirismo che rievoca la poesia «orfica» di Dino Campana e dialoghi che non tolgono nulla - spesso accade a molti autori italiani - alla leggibilità: come in Friedrich Dürrenmatt i dialoghi fanno sapientemente parte integrante della trama non spezzando il ritmo della scrittura. Sono paragoni non esagerati perché basta immergersi in questa raccolta da antologia per coglierne la forza, per intuire come l'inchiostro tra queste pagine abbia la forza dell'incisione su marmo. A partire dal primo racconto, che qui presentiamo in anteprima, «Trappola per ubriachi»: il più irriverente, il più ironico nel descriverci un mondo editoriale che sembra brancolare sempre più nel buio, premiando gli allineati e non le voci fuori dal coro, quelle lontane da festival, presentazioni, saloni e Soloni del più nulla.

Se con il ciclo di romanzi del celebre Ispettore Bordelli tradotto in moltissime lingue, ma ad oggi troppo anarchico per essere omologato in una serie della televisione italiana - Marco Vichi ci dimostra che la cultura si fonde nel mistero. Vichi fotografa il reale di un nostro tempo «che riempiamo senza requie di colori e di rumori, di parole e ancora parole che non hanno alcun senso, guidati da un modernissimo horror vacui, simbolo d'una vita che ci sembra vasta e piena quando è soltanto vuota, che ci sembra intensa quando è invece ingombra di cose inutili». Una sorta d'inferno dantesco e noi tutti dovremmo rivendicare il diritto di riprenderci «la più bella illusione concessa all'uomo» che è la vita.

Nella seconda parte del libro, come un controcanto alla prima, i racconti di un Bangladesh devastato dalla povertà, dai traffici di bambini, ben lontano dagli stereotipi, diventa metafora universale quando Vichi scrive: «Tradizione non è sinonimo di giusto, e nemmeno di giustizia. Anche in Italia la mafia è tradizione, ma se non ci fosse sarebbe meglio. L'uomo va avanti. Quello che prima andava bene, oggi può essere considerato un'ingiustizia, o addirittura una crudeltà... Capite cosa voglio dire?».