Craxi e la revisione a sinistra che la sinistra non ha capito

In un volume collettivo l'analisi di un'azione politica di ampio respiro. Ed estranea alla tradizione massimalista

Per intendere l'importanza storica del revisionismo di Bettino Craxi, un eccellente punto di partenza è il libro di Massimo Salvadori, La Sinistra nella storia italiana. La tesi che vi è sviluppata è così sintetizzabile. La Sinistra maggioritaria, in Italia, per ben 80 anni - a partire dal congresso di Reggio Emilia (1912), quando i massimalisti conquistarono la direzione del Psi, sino alla nascita del Partito democratico della sinistra (1991) - ha opposto il volto dell'arme alla filosofia del gradualismo riformista. È vero che talvolta ha praticato la politica delle riforme, ma lo ha fatto sempre con una riserva mentale, decisamente convinta che la sua «missione storica» era - e non poteva non essere - la distruzione del sistema capitalistico e l'edificazione del socialismo concepito come un ordine centrato sulla statizzazione integrale dei mezzi di produzione e sulla pianificazione totale.

Essa, pertanto, è stata sempre dominata ossessivamente dal mito della rottura rivoluzionaria. E lo è stata perché è riuscita, con una tenacia degna di miglior causa, a resistere ad ogni tentazione riformista e a ogni tentativo di revisione dei principi teorici del marxismo. Di qui la serie di scissioni e di sconfitte che hanno scandito l'esistenza storica della Sinistra italiana e altresì la debolezza organica della nostra democrazia la quale, fino all'implosione dell'Impero sovietico, non ha mai potuto contare sul sostegno della Sinistra maggioritaria e, precisamente per questo, ha assunto forme anomale, quando, addirittura, non è collassata, com'è accaduto nel 1922.

In breve: il tratto diacritico e permanente della Sinistra maggioritaria è stato il massimalismo, vale a dire il rifiuto tenace, accanito, irriducibile di qualsiasi ipotesi politica che non contemplasse la trasformazione rivoluzionaria della società, il «salto dialettico» dall'ordine esistente, percepito come radicalmente negativo, a un ordine totalmente differente. Di qui la natura affatto negativa dell'opposizione della Sinistra massimalista e la sua incapacità di delineare l'assetto istituzionale della futura società socialista. Lo riconobbe Alberto Asor Rosa nel 1977 osservando: «Ci manca un'idea di ciò che dovrebbe essere una formazione economico-sociale non fondata sul profitto e un'idea di un'istituzione statale e comunque di una qualsiasi organizzazione della società, che non ripeta i modelli, sia pure corretti e integrati, della democrazia rappresentativa. Cioè ci mancano le due idee fondamentali».

Certo, una Sinistra non massimalista, in Italia, è sempre esistita; ma, mentre negli altri Paesi dell'Europa occidentale - con la sola eccezione della Francia - la Sinistra riformista, a partire dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, è stata grandemente maggioritaria, da noi essa è stata sempre minoritaria e, di conseguenza, sempre perdente. È accaduto, così, che la Sinistra italiana si è scissa in due grandi famiglie: la famiglia di coloro che hanno avuto ragione ma che, per il loro scarso peso politico, non hanno fatto la storia e la famiglia di coloro che non hanno avuto ragione, ma che, forti del sostegno delle grandi masse, hanno fatto la storia. Con la conseguenza che sia i riformisti che i massimalisti sono risultati sconfitti. I primi sono stati dei riformisti senza riforme; i secondi dei rivoluzionari senza rivoluzione. La conclusione che Salvadori estrae dalla sua lucida ricostruzione dell'anomalia permanente che è stata la storia della Sinistra italiana è che l'unico porto che gli ex-comunisti «possono trovare aperto è quello idealmente apprestato da quel socialismo riformista e liberale che in Italia ha avuto ragione ma non ha fatto la storia».

Ebbene, fra coloro che hanno apprestato il «porto» del socialismo riformista e liberale non si può non annoverare Bettino Craxi. Non fosse altro che per questo, il craxismo deve essere ricordato, sia in sede storica che in sede politica, come una pagina decisiva del processo di «rinsavimento» della Sinistra italiana. Tanto decisiva che oggi, a dispetto del fatto che gli attuali dirigenti di quello che un tempo è stato il Pci amano definirsi «i ragazzi di Berlinguer», di fatto sono gli eredi - illegittimi, ingrati e vergognosi - del revisionismo craxiano.

Commenti
Ritratto di pravda99

pravda99

Sab, 06/01/2018 - 19:47

Per rispondere a tono a Pellicani, invocherei l'improbabilita` disattivante della dinamizzazione sistemica nell'apparato soverchiatore, che indugiando sulle derive antipodali, sublima in modalita` endemica e coibentante in virtu` di una sacralita` non demonizzabile. In altre parole, Craxi era un ladrone.

sparviero51

Sab, 06/01/2018 - 21:17

IN TUTTO IL MONDO CI SONO PARTITI SOCIALDEMOCRATICI, DA NOI SOLO DEMOCRISTIANI E QUELLI CHE ANCORA SPERANO CHE TORNI " BAFFONE " !!!

manfredog

Dom, 07/01/2018 - 14:21

..Craxi era un ladrone e qualcun altro è uno..scemone..!! mg.