La crisi europea? Troppo dirigismo e poca cultura

Di che malattia sta morendo l'Europa? Perché l'impatto con la globalizzazione, che pure è un fenomeno che ha avuto origine dalle nostre parti, ci ha messo così in difficoltà; così tanto da non sapere più chi siamo e dove dobbiamo andare? Per rispondere a queste domande, credo sia opportuno partire dalle origini, dal momento in cui iniziò il processo di integrazione non solo delle economie continentali ma anche di una parte sempre più ampia degli ordinamenti legislativi. Diciamo dagli anni Cinquanta del secolo scorso. Quel processo riguardò allora la parte ovest del continente e fu assecondato dagli Stati Uniti, nell'ambito della Alleanza Atlantica. Lo zio Sam, a un bel momento, con la caduta del comunismo, perse parte dei suoi interessi strategici. A quel punto, sarebbe stata necessaria una seria autoriflessione sulle ragioni dello stare insieme, approfittando della benevolente indifferenza che gli europei riservavano al progetto europeo. Proprio il fatto di essere un progetto, e cioè di non avere la necessità di confrontarsi con una dimensione immediatamente politica, la quale continuava ad avere corso in buona parte in in una dimensione nazionale, ha creato una larga convergenza di forze su un modello che univa il liberismo economico della destra con la difesa dei diritti delle minoranze della sinistra. La politica, cacciata dalla finestra, rientrava poi quando, sulle decisioni più importanti, la forza degli Stati nazionali continuava a far valere il proprio peso specifico al di là di ogni proclamata solidarietà. Con il tempo, l'Unione ha assunto un doppio volto: razionalistico, e quindi impolitico, per certi aspetti, iperpolitico e nazionalistico per certi altri, seppur abilmente mascherato quest'ultimo da una retorica che si presentava come il contrario. Con la crisi economica, quasi tutti i nodi sono venuti al pettine e l'Unione Europea è ora vissuta dagli europei come un organismo per metà pervasivo e per metà ipocrita.

Credo che solo da un recupero della politica e di un'ispirazione liberale possa nascere un'Europa diversa e più forte e consapevole. Però anche sul termine liberale bisognerebbe a mio avviso intendersi. Friedrich von Hayek ci ha ricordato che due sono gli elementi che soprattutto connotano il liberalismo: il libero mercato e la critica ad ogni forma di ingegneria sociale o «costruttivismo», come lui la chiamava. Si può dire che l'Unione Europea abbia in qualche modo facilitato il primo, anche se in una forma che potremmo definire con un ossimoro di «dirigismo liberista», ma abbia molto sacrificato sul terreno della libertà e dell'«ordine spontaneo». Si è fatta portatrice, in altre parole, di un modello di globalizzazione che oggi trova nelle grandi organizzazioni e nelle élite cosmopolite i suoi paladini. Un modello che, per i suoi pronunciati tentativi di razionalizzazione del mondo (mediante un diritto astratto e eticizzato in senso «politicamente corretto»), non può che riportare alla mente, da una parte, i moniti del filosofo inglese Michail Oakeshott sui percoli del «razionalismo in politica» e, dall'altra, la distopia inquietante di certe pagine di George Orwell. L'augurio è che, seppure in modo confuso, i processi in atto correggano queste distorsioni.

Corrado Ocone parteciperà al convegno «Europa sovranista» nel pomeriggio di domani a Roma presso l'Hotel Savoy. Tra i molti ospiti, Francesco Giubilei, Daniele Dell'Orco, Marco Gervasoni, Alvino-Mario Fantini, Václav Klaus.