Croce-Gentile, l'amicizia come "ideale" primario

Le lettere inedite tra i due filosofi svelano uno scontro intellettuale insanabile. Ma, anche, una grande stima

Nel fascicolo del 13 novembre 1913 della rivista La Voce di Giuseppe Prezzolini apparve un articolo-saggio di Benedetto Croce dal titolo Intorno all'idealismo attuale in cui venivano criticate le posizioni teoretiche di Giovanni Gentile e dei suoi allievi dell'ateneo palermitano dove era stato chiamato a insegnare. Le parole di Croce erano nette: «Il vostro idealismo attuale non mi persuade». «Esso mi sembra una filosofia la quale si propone di liquidare la filosofia, e di far tacere una volta per sempre tutte le dispute filosofiche che, fondate come sono tutte su distinzioni, sarebbero prive di fondamento, essendo tutte le distinzioni, per voi, astratte e arbitrarie». Per lui, in altri termini, l'idealismo attuale diventava «indifferentismo teoretico ed etico» e produceva «depressione» nella «coscienza dei contrasti della realtà» nonché «acquiescenza al fatto come fatto o all'atto come atto».

A queste osservazioni Gentile replicò l'11 dicembre, sempre su La Voce, sostenendo che la sua filosofia non portava a una «depressione di valori» ma piuttosto a una loro «elevazione» e ribadiva la convinzione che fosse necessario «cambiare radicalmente il punto di partenza, ossia insistere fortemente sul principio di tutto l'idealismo moderno, del pensiero che non presuppone nulla, perché assoluto, e crea tutto». Con questa polemica si incrinava definitivamente il sodalizio fra i due pensatori idealistici e cominciava a maturare quella separazione che, più avanti, nel tempo si sarebbe trasformata in rottura.

Nel quarto volume del Carteggio tra Benedetto Croce e Giovanni Gentile, relativo agli anni 1910-1914, curato da Cinzia Cassani e Cecilia Castellani (Aragno, pagg. 644, euro 35), si trovano diverse lettere che mostrano come i due protagonisti vivessero in privato la formalizzazione del loro dissidio scambiandosi preventivamente il testo dei reciproci interventi e come fossero convinti che esso non avrebbe intaccato i rapporti personali. Il 20 novembre, Gentile, inviando a Croce la bozza della sua replica, si mostrò amareggiato per la «pubblica discussione» che divideva «agli occhi del pubblico due nomi che praticamente potevano bene restare uniti senza pericoli di equivoci» e paventò che si potesse sfruttare l'episodio: «Accadrà che contro un giudizio di Gentile ci sarà un giudizio di Croce, e contro un giudizio di Croce un giudizio di Gentile». Croce rassicurò l'amico: «Certo, c'è gente malevola, che sarà ben lieta di vederci in contrasto e che ora ti soffia nell'orecchio. Io invece chiudo il mio a tutte le insinuazioni malevole, che sono senz'alcun effetto sopra di me, fondato come sono sul saldo ricordo di una provata amicizia». Le lettere che i due si scambiarono su quell'episodio si conclusero il 3 dicembre quando Croce scrisse: «Credi pure che l'affetto e la stima mia per te sono ora, come sono stati sempre, fortissimi. E mi pare che abbiamo dato ora un bell'esempio di lealtà scientifica, portando alla pubblica discussione il nostro dissenso; e ne daremo uno più bello di amicizia, restando indivisibili». Quello stesso giorno Gentile, in una bella lettera finora inedita, usò queste nobili parole: «Se più in là e ogni volta che vorrai, tornerai ad occuparti dell'idealismo attuale, io te ne sarò sempre gratissimo, nulla io più desiderando che vederlo discusso, e da nessuno meglio che da te potendo aspettarmi una discussione proficua».

Il sodalizio fra i due era di antichissima data. Risaliva al 1896, quando Gentile, allora impegnato nella stesura della tesi di laurea, aveva scritto al più anziano e già illustre filosofo. Da quel momento ebbero inizio un'amicizia profonda e uno scambio epistolare, fra i più importanti della storia culturale italiana: uno scambio che consente di cogliere i fondamenti dello sviluppo della filosofia italiana contemporanea. Fin dall'inizio il loro dialogo intellettuale toccò temi importanti e si trasformò in stretta collaborazione quando nel 1903 cominciò a essere pubblicata la rivista La Critica destinata a diventare bandiera di una lunga battaglia culturale e civile. Croce concepì e plasmò questa rivista come una propria creatura, ma il ruolo di Gentile non fu secondario e fu anzi soprattutto nei primi anni quello di un comprimario. Non è un caso che, almeno fino al 1914, egli vi scrisse tanto quanto Croce e vi pubblicò i saggi che avrebbero poi costituito Le origini della filosofia contemporanea in Italia e che facevano da pendant ideale ai saggi crociani su La letteratura della nuova Italia. La collaborazione fra i due andò oltre le pagine della rivista e trovò diversi modi di esplicarsi a cominciare dalla pubblicazione delle collane dei classici della filosofia dell'editore Laterza.

Entrambi si sentivano partecipi e, forse più, protagonisti di quella rinascita dell'idealismo che stava maturando in Europa e che aveva cominciato a manifestarsi sul finire del secolo proprio come reazione a una cultura impregnata di positivismo. E non a caso, forse, La rinascita dell'idealismo fu il titolo della prolusione che, a poche settimane dall'uscita del primo numero de La Critica, egli pronunciò il 28 febbraio 1903 nell'ateneo napoletano. Eppure, malgrado la loro stretta collaborazione, maturavano poco alla volta differenze che, per quanto evidenti nel carteggio, i due si sforzavano di minimizzare per amicizia o reciproco rispetto. A cominciare, per esempio, dai temi dell'estetica, in particolare la relazione fra arte e giudizio critico, a quelli del rapporto tra filosofia e storia della filosofia.

Gentile, peraltro, stava orientandosi sempre più verso una propria filosofia, l'idealismo attuale o attualismo, le cui premesse sono presenti già nel volume La riforma della dialettica hegeliana del 1913. Lo scambio epistolare fra i due pensatori offre la possibilità di seguire gli sviluppi di una frattura intellettuale che non fa velo al profondo rapporto di amicizia reciproca. La frattura, come è noto, avverrà molto più avanti sul terreno politico e Croce e Gentile diventeranno, emblematicamente, a torto o a ragione poco importa, i simboli del liberalismo, da una parte, e del fascismo, dall'altra parte. Ma vale la pena di rammentare che, quando ebbe notizia dell'assassinio di Gentile a opera dei partigiani, Croce lo commentò con una battuta amara: «Ammazzano anche i filosofi!». E nel suo diario di quando «l'Italia era tagliata in due» lo ricordò «bonario uomo e amico».

Fra le tante e importanti lettere, fino a oggi inedite, inserite nel quarto volume del Carteggio fra Croce e Gentile ve ne sono alcune che rivelano, sia pure da ottiche e posizioni diverse, i «turbamenti» dei due corrispondenti di fronte all'approssimarsi del conflitto mondiale. E ve ne sono, ancora, altre di natura più intima, rivelatrici della personalità degli autori. Come quella nella quale Croce dice di sé: «Quando io sarò morto, certamente mi faranno qualche busto o statua, almeno in qualche paesetto in Abruzzo, se non in qualche stradicciuola di Napoli. Ebbene, io spero che allora ci scriveranno sotto in mio elogio: Tolse la filosofia e la letteratura dalle mani dei professori universitarii».

Epitaffio o battuta ironica? Chissà, ma, certo, una delle tante perle che rendono godibile persino la lettura di un epistolario.