Crociate, viaggi, corti: lezioni di Medioevo dal professor Plevano

La formazione e le avventure di un giovane intellettuale tra Francia e Italia nel XIII secolo

«Non che il mondo avesse bisogno di un altro romanzo storico di ambientazione medievale, certamente no». Non è falsa, questa modestia, perché modestia non è. È, invece, un giudizio da lettore esperto in materia, prima che da scrittore all'esordio nella medesima materia. Lo ha espresso sul sito Nazione indiana, parlando del proprio romanzo, Roberto Plevano. Cinquantasette anni, vicentino, laurea in Filosofia a Pavia, «Licence in Mediaeval Studies» al Pontifical Institute di Toronto, ha lavorato in varie università italiane e statunitensi e da anni collabora all'edizione critica delle opere di Giovanni Duns Scoto, un Doctor talmente Subtilis che spesso e volentieri anche gli addetti ai lavori fingono di non vederlo onde saltare a piè pari la sua opera...

Insomma, Plevano è molto più di un semplice clericus vagante del XXI secolo, per dirla all'antica, o di un outsider aspirante alla medaglietta di «caso editoriale», per dirla alla moderna. È uno che il Medioevo lo mastica tutti i giorni e infatti ce l'ha sulla punta della lingua, oltre che sulla punta delle dita, a giudicare proprio da questo Marca gioiosa, suo primo lavoro letterario, vincitore del Premio Neri Pozza nel 2015 e ora da Neri Pozza pubblicato (pagg. 479, euro 18). Inoltre Plevano insegna storia e filosofia in un liceo della sua città, dunque cotidie apprende dai suoi studenti la lezione dell'ascolto, del saper ricevere che è l'altra forma del dare. E forse non per caso in Marca gioiosa il prof Plevano assume il tono e il timbro di una voce narrante che è, tutto sommato, in primo luogo quella di uno studente.

Siamo all'inizio del XIII secolo, in «Provincia», cioè in Provenza, e Amalrico decide di farsi chiamare così in onore del suo maestro. Non tira una bell'aria, nella patria delle altrimenti celestiali arie poetiche occitane. Spade e sangue hanno preso il posto di dame e corteggiamenti, poiché la crociata contro gli albigesi sta mettendo a ferro e fuoco campagne e città. Fra le città, sopratutto quella di Amalrico, Béziers. La caccia all'eretico o presunto tale non risparmia nemmeno i bimbi, e di fronte alla nuova strage degli innocenti il giovane studioso cerca una via di fuga da quel «mondo in mano a un dio folle e criminale». Come ogni buona lezione, anzi corso monografico, il romanzo di Plevano suggerisce molteplici rimandi alla storia degli eventi e delle idee. E questo è il primo, al massacro di Béziers, luglio 1209.

Amalrico ha l'animo dell'intellettuale, non del guerriero, i fatti vuole comprenderli, possibilmente salvandosi la pelle, più che modificarli. Così, in compagnia di un giullare, Uc de San Sir, una volta rimesso in sesto, fisicamente e moralmente, dal medico ebreo Mesulla Ben Jacob, s'aggrega a una carovana di «mercatanti» pure ebrei diretti in Italia, sotto la benedizione del santone cataro Pons Jourda e la rassicurante ala laica di messer Raphael Benbenisti. «È nell'esilio che l'uomo splende», gli ha detto il saggio Mesulla. E da esule Amalrico intraprende un lungo cammino che ha come meta, appunto, quella Marca che in epoca di pace merita di esser detta gioiosa, per la dolcezza e la varietà del paesaggio, per il compassato stile di vita, per le molte risorse, per l'arte, per le belle femmine e per i fiorenti commerci.

Ecco la luminosa Liguria di Ponente, ecco «Genua», acquattata come un ragno al centro di una tela composta dai fili dei suoi affari, ecco «Placentia», il «Pò», l'imperiale Cremona. «Mediolano» resta lassù, e ad Amalrico dispiace non fare una puntatina nella New York del nostro Medioevo. Ecco, finalmente, Verona, la porta d'Italia, ecco «Vincencia», «Trivigi», «Padua». E qui il romanzo, come Amalrico, entra in una nuova dimensione: abbandona il tono picaresco, avventuroso, nel quale la geografia vince sulla cronologia, per affrontare, del grande affresco storico, il cuore pulsante, il nucleo caldissimo e, italianamente, come sempre indecifrabile.

A «Baxian», cioè Bassano, quando vi giunge Amalrico tiene corte «Ecelino», cioè Ezzelino, con consorte e tre figlioli. Uno dei quali, Ecelinello, discolo assai. Diverrà, infatti, l'«Azzolino» collocato da Dante nell'Inferno, all'anagrafe della storia Eccelino III il Tiranno. E anche Cunissa, la piccola, crescendo attirerà le attenzioni del sommo poeta (oltre a quelle di Amalrico...), tuttavia in senso positivo, diciamo pure paradisiaco, vista la sua conversione da una vita godereccia a un'altra di contrizione e opere di bene. Ecco, consigliamo ai lettori del professor Plevano (che non le manda a dire sul carattere dominante - nei secoli dei secoli - dei suoi concittadini «vincentini», formidabili ciacolatori ma poco concreti), di tener come consulente l'Alighieri pure per il gaudente Uc e per il più famoso Sordello da Goito.

Comunque, nel terzo e nel quarto decennio del Duecento, sulla scena della Marca un tempo gioiosa descritta da Amalrico, nel frattempo specializzatosi in medicina a «Salerna» e in filosofia nello «studium Pariginense», si presentano in molti, inclini alla guerra, non alla gioia. Dissidi tra famiglie, dissidi fra caste, dissidi fra comuni. Se aggiungiamo l'incombente «zampa del leone», cioè di «Vinegia», l'ossessione per altre eresie di un futuro santo inquisitore, l'hobby della scomunica praticato assiduamente dal Papa e il bastone del comando imperiale agitato da «Friderico» in persona, capirete che il romanzo di Plevano non è soltanto un ottimo romanzo storico. È anche un provvidenziale compagno di banco «secchione» (ma simpatico) per i suoi allievi e per i suoi lettori.