La crociera di Simenon in un mare di semplicità

Nel 1934 lo scrittore viaggiò da Porquerolles a Malta. Al ritmo lento della «cultura latina»

Georges Simenon aveva scoperto il Mediterraneo a vent'anni, quando ancora si firmava Georges Sim e aveva appena cominciato la sua scalata verso la fama, il successo, la ricchezza. Non tutto il Mediterraneo, per la verità, ma solo una piccola parte, l'arcipelago delle isole di Hyères, i cosiddetti Tropici di Francia: Porquerolles, Port-Cros, Levant e una dozzina di isolotti a far loro da corona. Gli era sembrato, ha scritto uno dei suoi biografi, Pierre Assouline, «il luogo geometrico di tutte le passioni». Nelle Mémoires intimes scriverà: «Vi ho preso casa, posseduto barche, conosciuto uno per uno i suoi centosettanta abitanti d'allora. Mi sentivo come a casa». Talmente a casa che quando il Mas du Langoustier venne di soppiatto trasformato dal fratello di Sylvie Fournier, che ne era la proprietaria, in bordello, vi si trasferì armi e bagagli e vi rimase fino a che, stanca delle voci e dei pettegolezzi che avevano preso a girare sull'isola, Sylvie andò a verificare quella clientela tanto chiacchierata, scoprì che le «signorine» non erano di buona famiglia e in vacanza, ma popolane e in servizio, le rispedì a casa e chiuse il commercio carnale.

Per un decennio Porquerolles sarà per Simenon l'approdo dove sempre tornare: lavorerà ad almeno una dozzina di trame, fra le quali Il testamento Donadieu e La vedova Couderc, ci ambienterà tre romanzi e un racconto, che usciranno però nel dopoguerra, quando ormai vive oltreoceano ed è strafamoso. Stava di casa in una sorta di torre saracena decorata in stile tahitiano. Aveva una barca, imparò a pescare, grandi bouillabaisses sulla spiaggia, rosé dell'isola a innaffiare il tutto. «Ebbro di sole e di calore» si definirà. Non gli sfuggiva una cameriera, una servetta, una pensionante.

Nei romanzi che ambienta sull'isola la «porquerollite» è come un gorgo che inghiotte chi vi si avventura, il languore e lo stordimento dei sensi, il lasciarsi cullare dal ritmo delle onde, il lasciarsi andare dietro il ritmo di un bicchiere. Ma fu un po' tutto il Mediterraneo, quando cominciò a esplorarlo, a fargli lo stesso effetto e l'unico modo per sottrarvisi era lavorare come un dannato, bere come un forsennato, amare come un disperato. Dallo sprofondare in un'incoscienza panica, nel gorgo di un desiderio sempre assopito e sempre presente, in quel tramonto perenne dove la speranza di cambiare radicalmente vita, abitudini, affetti, si scontra con la stanchezza, la paura, l'accidia, lo salva una salute di ferro e l'assoluta consapevolezza del proprio talento. Però sa che il pericolo è in agguato, e l'unico modo per esorcizzarlo è raccontarlo.

Un buon compendio di quanto appena detto lo dà Il Mediterraneo in barca (Adelphi, pagg. 189, euro 16, traduzione di Giuseppe Girimonti Greco e Maria Laura Venorio, con una nota di Matteo Codignola), resoconto di una crociera nel Mediterraneo partendo da Porquerolles, appunto, a bordo di una goletta, per raggiungere Tunisi attraverso la Sardegna, l'Elba, Messina, Siracusa, Malta... Scritto per un settimanale francese, Marianne, nell'estate del 1934, fa parte del cosiddetto «apprendistato» giornalistico di Simenon nella sua versione più leggera, propria di un'epoca e di una professione che abbinava le vacanze al disimpegno, al non pensare, al lasciarsi cullare dall'illusione che tutto fosse facile, che niente potesse e dovesse turbare la quiete della villeggiatura. Il 1934 in Francia è l'anno dell'«affaire Stavisky», lo scandalo politico-finanziario di un bancarottiere «suicidato» più che suicidatosi, i tumulti di piazza, con morti e feriti, a insanguinare la capitale, con fascisti e comunisti che cercano di dare l'assalto al Parlamento; in Europa è l'anno della «notte dei lunghi coltelli», quando Hitler fa letteralmente fuori l'opposizione e poi diventa il Füher, è l'anno dell'assassinio di Dolfuss in Austria...

A Simenon la politica non piaceva e, se possibile, la evitava come la peste e infatti, se si eccettua qualche accenno alla crisi economica susseguente al crollo di Wall Street, in questo reportage non ve n'è traccia: del resto, diceva di essere pagato per raccontare, non per «pensare»... Non gli piaceva neppure la mondanità, di cui infatti Il Mediterraneo in barca si fa beffa: «Il sedici metri del giovane divo del cinema e il dieci metri del grande tenore, lo yacht del banchiere americano»... Quel milieu di buone maniere e passioni nascoste, di forme senza contenuto, di finzioni, di recite, finti blasoni, finti nobili, finti conti in banca non era il suo. L'aveva frequentato, certo, aveva rischiato di incanaglirvisi, un tavolo fisso da Maxim's, i pomeriggi sulla terra del Fouquet, lo snobismo di chi si sente arrivato, poi aveva detto basta.

Così, su e giù per il Mediterraneo, ciò di cui va in cerca e racconta è la semplicità, l'umiltà del vivere che non è la miseria o la povertà, ma l'essenziale, una sorta di ritmo interno e atemporale: «Ci sono persone che vivono senza sapere di avere dei polmoni, che coltivano i loro campi senza conoscere le borse di Londra o di New York, che comprano asini senza preoccuparsi del loro rendimento in cavalli vapore, che fabbricano vasi come al tempo dei Greci, senza sospettare di star creando dei capolavori, e che mettono al mondo figli senza chiedere al governo se non sia il caso di farsi sterilizzare. Tutte queste cose forse un giorno gliele insegneremo...».

È anche per questo che Malta non gli piace, «un'isola nel bel mezzo del Mediterraneo con i cannoni puntati verso i quattro punti cardinali e con padroni che vengono dalle rive piovose della Manica, dove si parla una lingua che non affonda le radici nelle sue coste, dove si gioca a giochi sconosciuti che si chiamano golf e bridge e dove si mangia scatolame venuto dal Nord» e, soprattutto, «si fa l'amore come a Londra e nei porti nebbiosi»... È anche per questo che l'Elba lo incanta. «Qui le barche sono minuscole. E spesso sono di proprietà di due o tre persone. Non ci sono né borse né oscillazioni di mercato. Non c'è nessun salario da ritirare allo sportello di un ufficio a fine settimana. Di conseguenza non esiste proletariato. È per questo, forse, che nessuno parla della crisi. La crisi è un'invenzione moderna, come il cambio, il rialzo e il ribasso, lo sciopero e la serrata».

Tra la «cultura latina che è il Mediterraneo» e la cultura anglosassone «che è tutto il resto», Simenon non ha dubbi e sta con la prima: «Con chi crede in Dio Padre e in Maometto e chi invece crede di averli colonizzati».