La culla del liberalismo? Nei salotti della De Staël

Fu la baronessa a capire prima di tutti la natura della Rivoluzione francese. E le sue conseguenze

Secondo Jules Michelet, cantore romantico dell'epopea rivoluzionaria, Madame de Stael aveva una «caratteristica molto crudele per una donna: non era bella». I lineamenti gli apparivano quasi virili, ingentiliti soltanto dalla capigliatura corvina, e la figura era forte, con collo giunonico e pelle poco attraente. Inoltre aveva una voce «che contrastava fortemente con il suo sesso e che talvolta avrebbe fatto dubitare che fosse realmente donna». Gli occhi, però, erano «unici, neri, inondati di luce, raggianti di genio, bontà, passione». E, aggiungiamo noi, sprizzanti intelligenza. Inoltre la sua conversazione era a detta di tutti così affascinante da incantare gli interlocutori e far sì che ella fosse considerata la regina dei salotti, letterari e politici.

In un'epoca nella quale la conversazione era diventata un'arte, Madame de Staël - la quale, come rivelano i suoi ritratti, sopperiva alla scarsa avvenenza esibendo seno prosperoso o braccia ben tornite - discorreva di qualunque argomento passando dalla politica al gossip, dalla letteratura alla filosofia, dalle arti al teatro e sempre con levità e prontezza di spirito. Talleyrand, che dovette la sua nomina a ministro degli Esteri del Direttorio proprio al suo intervento, per quanto ne avesse condiviso il letto per qualche tempo, non era colpito dalle sue caratteristiche femminili, ma dalle sue doti intellettuali e la considerava, prima che un'amante, un'alleata politica. A chi gli rimproverava di aver sposato una sciocca, rispose: «Per poter apprezzare il valore di un simile riposo della mente, bisogna aver vissuto un mese con Madame de Staël». La vivacità intellettuale, il temperamento, l'attività di scrittrice, l'attivismo politico consentirono a questa donna di ritagliarsi un ruolo importante nella storia dell'ultimo scorcio del XVIII secolo e degli albori del XIX e di diventare, per usare l'espressione di un suo celebre biografo, J. Christopher Herold, «mistress to an age», amante e dominatrice di un'epoca.

Il nome di Anne-Louise Germaine Necker, divenuta dopo il matrimonio baronessa di Staël-Holstein, richiama alla mente per un verso la nascita e gli sviluppi del Romanticismo europeo e per un altro il ruolo politico dei salotti cultural-mondani. Ma c'è di più. Il suo nome si collega alla teorizzazione del liberalismo e all'interpretazione liberale della Rivoluzione francese. Le Considérations sur les principaux évenéments de la Révolution française apparse postume nel 1818, anticipano infatti il filone storiografico che, partendo da Alexis de Tocqueville, giunge ad Alfred Cobban e a Françoise Furet. L'idea, propria della storiografia liberale, che la rivoluzione non fosse stata un «blocco unitario» ma un susseguirsi di rivoluzioni successive è già tutta negli scritti di Madame de Staël. Inoltre, che il suo contributo al liberalismo sia stato tutt'altro che secondario lo conferma quanto scrisse un grande pensatore liberale, Carlo Antoni, presentandone la prima edizione italiana dei Dix années d'exil e cioè che «prima di lei, in fondo, non si può parlare che di preistoria del liberalismo».

Germaine era nata a Parigi nel 1766 dal banchiere ed economista Jacques Necker e da Suzanne Curchod, animatrice di un salotto dove lei, bambina prodigio, aveva avuto i primi contatti con la cultura illuministica. Poi, divenuta moglie dell'ambasciatore di Svezia a Parigi, aveva creato un salotto non più solo culturale e filosofico ma anche, e soprattutto, politico, divenuto presto punto di ritrovo dell'intellettualità e dell'aristocrazia liberale. La rivoluzione francese, cui Germaine aveva guardato inizialmente con simpatia, si era impantanata in quello che in seguito avrebbe definito «fanatismo filosofico», mentre era comparso sulla scena l'astro di Napoleone.

Quando l'incontrò per la prima volta, Madame de Staël, forse, si illuse che Bonaparte potesse restaurare lo Stato e preservare certe conquiste rivoluzionarie. Pensò di conquistarlo, ma non ci riuscì. Napoleone le apparve presto un despota, senza religione e senza moralità, che si comportava come un «abile giocatore di scacchi, col genere umano sua parte avversa cui si proponeva di dare scacco matto». Non ne negava il collegamento con la Rivoluzione, ma precisava: «di lui si può dire che incarni la Rivoluzione fatta uomo, ma la Rivoluzione violenta e corrotta a un tempo e non certo quella che le parti più nobili della società avevano desiderato e concepito». E per Madame de Staël - donna eccezionale, che un pamphlettista acuto e irriverente come Rivarol avrebbe definito causticamente e ingiustamente la «Baccante della Rivoluzione» - quella Rivoluzione aveva avuto il «singolare destino» di «distruggere in tutta l'Europa continentale i principi medesimi della libertà sui quali dichiarava di fondarsi».

Da parte sua Napoleone, pur riconoscendone l'intelligenza, la detestava e gioiva nell'umiliarla: «il suo genio sbigottito trema davanti al mio». Così si guardò bene dagli approcci di Germaine per sedurlo, ovvero per coinvolgerlo in quel suo salotto dove si incontravano già tanti spiriti critici, se non proprio suoi nemici, a cominciare dagli idéologues. E, ancora, dov'era di casa quel Benjamin Constant, grande e tempestoso amore di Germaine, che non avrebbe esitato a denunciare, in un celebre discorso, il fatto che nell'ascesa del Primo Console s'intravvedeva «l'alba della tirannia». La sera prima di prendere la parola, Constant, ospite di Madame de Staël insieme a personalità come Luciano Bonaparte e Talleyrand, aveva detto alla sua amica: «Il vostro salotto è ora popolato di persone che vi piacciono; se io parlo, domani sarà deserto». Non può stupire che Napoleone abbia, poi, invitato Madame de Staël a non occuparsi più di politica, abbia preso provvedimenti contro alcune sue opere ritenute pericolose o antifrancesi e le abbia imposto di starsene lontana da Parigi.

Costretta a ritirarsi nel castello paterno di Coppet, sulle rive del lago di Ginevra, non lontano dalla frontiera, la baronessa, che pure stemperava l'amarezza dell'esilio alternando i soggiorni nella dimora familiare con vagabondaggi in tutta Europa, dette vita a un altro salotto in cui si ritrovarono antichi e nuovi amici, da Constant a Schlegel, da Sismondi alla bellissima Madame de Récamier e dove si respirò non soltanto l'atmosfera del Romanticismo europeo, ma anche lo «spirito della libertà». L'amore per la libertà fu per Madame de Staël un sentimento istintivo, che non poteva essere distrutto dagli orrori di quella Rivoluzione cui aveva a suo tempo occhieggiato: «le scene crudeli che hanno disonorato la Rivoluzione francese - meri atti di tirannia con le sembianze di moti di popolo - non hanno potuto far torto alcuno al culto della libertà». Una sua frase ne sintetizza efficacemente il pensiero e dà le coordinate del suo liberalismo: «la libertà è antica e il dispotismo è moderno». Vi sono impliciti - con la difesa della monarchia costituzionale di tipo inglese vista come migliore soluzione istituzionale per la convivenza di posizioni conservatrici e spinte modernizzatrici - i semi del liberalismo e del costituzionalismo liberale.