Cultura e senso del limite: Darnton racconta l'altra faccia della censura

Sembra strano: non sempre il controllo sui libri nei sistemi autoritari ha avuto effetti dannosi

Una volta letto I censori all'opera, di Robert Darnton (Adelphi, 364 pagine, traduzione di Adriana Bottini, 30 euro), l'impressione che se ne ricava è che L'Ancien Régime settecentesco fosse più liberale dell'Inghilterra imperiale del XIX secolo e delle democrazie popolari del Novecento. Sembra un paradosso, ma la sua verità ha a che fare con l'essenza stessa delle forme del politico rispettivamente incarnate da quei tre sistemi, e quindi dal tipo di controllo istituzionale e ideologico-culturale da essi esercitato.

Partiamo dall'ultimo, ovvero il più vicino a noi nel tempo, non fosse altro perché, almeno superficialmente, è quello che maggiormente conosciamo. Andando ad analizzare la censura nella Germania dell'Est dal secondo dopoguerra fino alla caduta del Muro, ciò che Darnton fa emergere è la pianificazione, la letteratura pianificata come qualsiasi altra attività e mirante alla costruzione di una forma di espressione improntata al realismo socialista. Un piano, insomma, di ingegneria sociale nel quale l'aspetto censorio assumeva le forme di una gigantesca burocrazia che si sovrapponeva non tanto e non solo al mercato editoriale, ma all'editoria, di Stato, e alla stessa scrittura. Per esempio, il piano relativo al 1989, l'anno delle celebrazioni del quarantennale della Ddr che si sarebbe poi rivelato anche l'ultimo della sua esistenza, prevedeva 625 titoli, per un totale di 11 milioni di copie. Nei romanzi storici sarebbero stati espressi i sentimenti «di energico antifascismo», in quelli contemporanei «la missione storica della classe operaia nelle lotte per il progresso sociale». L'assenza, nel piano, di «una quota adeguata di storie di operai impiegati nell'industria e di contadini alla guida di trattori», e di cui comunque ci si scusava, veniva compensata dalla promessa di «pubblicazione di antologie della letteratura proletaria del passato». Si sottolineava, comunque, come autori, case editrici e funzionari fossero tutti insieme all'opera per portare la letteratura a nuovi vertici di eccellenza. Non per nulla c'erano circa 100 titoli e un milione di copie in più rispetto all'anno precedente...

Come osserva Darnton, fa specie «leggere quella testimonianza di purezza ideologica e di salute istituzionale proveniente dagli ingranaggi più interni di una macchina che stava per disintegrarsi; veniva il dubbio che tutti quei rapporti e programmi non fossero altro che fantasie di un apparatcik, scartoffie da passare da una scrivania all'altra, senza un vero aggancio con l'esperienza letteraria reale dei normali cittadini». Il problema era che quella fantasia era scambiata per la realtà e ciò era reso possibile dal fatto che un'ideologia pervasiva si comportava nei confronti di quest'ultima a prescindere, non tenendola cioè in nessun conto. Ancora e sempre «ingegneri dell'anima», gli scrittori del socialismo reale erano chiamati a magnificare un socialismo che non c'era, polli di batteria che invece di uova scodellavano libri e il cui marchio di qualità e/o copyright, la linea del Partito, era detenuto dalla nomenklatura del regime.

Nell'India britannica, ciò che invece il libro di Darnton fa emergere è l'impossibile convivenza fra liberalismo e imperialismo. Quello che in patria significava libertà di espressione e libertà di stampa, nelle colonie diveniva «un lusso per occidentali», ma l'ammetterlo avrebbe voluto dire negare alla radice le ragioni per cui quell'imperialismo si considerava portatore di una civiltà più progredita e deputata perciò a governare. Come scrive l'autore, «se i giudici non avessero sostenuto la libertà di stampa, sarebbero potuti passare per esponenti di un regime dispotico. D'altro canto, i magistrati britannici non potevano permettere che gli indiani usassero liberamente le parole allo stesso modo degli inglesi in patria...». Elaborarono così «una serie di definizioni tali e per cui i sentimenti di ostilità furono interpretati come disaffezione e la disaffezione come sedizione, passando liberamente dall'una all'altra, secondo le necessità del momento». Poiché il reato di sedizione, inserito nel Codice Penale indiano del 1860, riguardava «chiunque fomenti o cerchi di fomentare sentimenti di disaffezione nei confronti del Governo», ne veniva fuori che la libertà di espressione formalmente ammessa veniva però giuridicamente repressa. Il formalismo giuridico, insomma, salvava il liberalismo teorico nel momento stesso in cui l'imperialismo lo negava nell'esercizio del potere.

Nei due meccanismi di controllo finora esaminati, lo sforzo censorio è rivolto verso lo stesso nemico, il pensiero: è nelle idee che si annida il pericolo. Venendo all'assolutismo settecentesco della Francia borbonica del XVIII secolo, si scopre che qui invece «il pericolo stava nelle persone». La fonte della preoccupazione era la corte, i riferimenti più o meno velati a qualche personaggio importante. Scrive Darnton che «il genere letterario che più scatenava il terrore nell'animo di un censore era il romanzo a chiave: benché nel 1750 il commercio librario fosse in piena fioritura e il mercato si andasse affermando come una nuova forma di potere, i censori abitavano ancora un mondo creato dai principi rinascimentali, dove un passo falso avrebbe potuto far cadere in disgrazia e dove il potere sanzionatorio rimaneva nelle mani dei grandi (les grands)».

È singolare come anche nel caso emblematico della messa al rogo, nel 1750, del Dello Spirito, di Hélvetius, insieme con i Pensieri filosofici di Diderot e il Poema sulla religione naturale di Voltaire, la richiesta di censura non provenisse dalla Corona, che infatti aveva dato il suo placet, cioè dallo Stato, ma dal Parlamento di Parigi, dal clero, dalla Sorbona, ovvero da corpi interni che tentavano di appropriarsi dell'autorità e delle prerogative dello Stato stesso.

Contrariamente a quello che si è soliti pensare, censurare le idee non era dunque l'ossessione prima dell'assolutismo regio. Anche perché, come spiega Darnton, «autori e censori provenivano dallo stesso milieu, quasi tutti i censori erano a loro volta scrittori e molti, come Fontenelle, Condillac, Crébillon fils e Suard erano sostenitori dell'Illuminismo. Al pari degli enciclopedisti, appartenevano al mondo delle università e delle accademie, del clero, delle libere professioni e dell'amministrazione regia».

L'Illuminismo, insomma, si fece strada nell'ordine sociale dall' alto verso il basso: se l'economia della Francia dell'epoca si muoveva lentamente verso l'industrializzazione, le sue istituzioni culturali restavano sotto il controllo dell'élite tradizionale e fu questa élite che si aprì all'Illuminismo. Se i censori dell'Ancien Régime non si accorsero del pericolo, fu proprio perché nel loro orizzonte mentale pensare non era una colpa, ma tutt'al più un peccato da cui emendarsi e di cui pentirsi. Si sbagliavano, ma la gravità dell'errore rende giustizia alla loro incapacità di essere censori del pensiero. Il proprio e quello altrui.