Dai filosofi specialisti le parole per far capire la filosofia a tutti

Bioetica, estetica, linguaggio, politica: ecco i temi su cui riflettono oggi i grandi pensatori italiani

Di cosa si occupano oggi i filosofi italiani? Quali sono i loro principali ambiti di studio e di ricerca? La risposta la potete trovare in Idee viventi. Il pensiero filosofico in Italia oggi, libro composto da tredici interviste ad alcuni tra i più autorevoli filosofi italiani, gran parte delle quali pubblicate lo scorso anno sulle pagine culturali del Giornale, nell'ambito della rassegna «Filosofi d'Italia». Dall'indagine è emerso un panorama ricco, variegato e quanto mai dinamico e attuale. Nulla di polveroso, anacronistico, paludato. Etica, bioetica, politica, giustizia, comunicazione, scienza, mente, linguaggio, estetica, metafisica: sono i principali ambiti su cui si concentra l'attenzione dei filosofi di casa nostra.

La filosofia è una disciplina davvero speciale, unica. Essa non cessa mai di interrogare se stessa e il mondo. La filosofia vuole capire, comprendere ciò che vi è al di là delle apparenze. La filosofia cerca la verità di ogni cosa, anche laddove non sembra esistere alcuna verità. La filosofia non è ancillare a nessuna delle discipline con cui entra in contatto, siano esse scientifiche o umanistiche. La filosofia è fondativa. È la quintessenza dell'atteggiamento critico e autocritico. È analisi dei fondamenti, messa a fuoco delle problematicità. E questo da solo - la storia delle idee è lì a dimostrarlo - vale più di qualsiasi scoperta o invenzione. Ecco perché la filosofia era e resta importante, decisiva.

Nel XIV dialogo filosofico, Voltaire afferma che gli uomini usano le parole solo per nascondere i propri pensieri e si servono dei pensieri solo per giustificare le proprie ingiustizie. In filosofia accade la stessa cosa? La domanda non è oziosa dal momento che i filosofi usano più di chiunque altro le parole e i pensieri. Nietzsche ha provato a spiegarci come ogni filosofia, dietro la sua maschera di oggettività, non sia altro che un'involontaria autobiografia. E dopotutto, ha osservato Robert Musil, nel suo capolavoro L'uomo senza qualità, è «l'impulso ad avere ragione, un bisogno che è quasi sinonimo di dignità umana», ad avere prodotto nel corso dei millenni «migliaia di mirabili filosofie, opere d'arte, libri, azioni e fazioni». Ma è proprio così che nascono le dottrine e i sistemi filosofici? E, perché no, le teorie scientifiche? O non è piuttosto un genuino desiderio di conoscere, di far sapere al mondo, di dare il proprio contributo alla marcia inarrestabile dell'uomo - anche se non sappiamo bene verso dove?

C'è un passo molto esplicativo nel romanzo di Musil su cui voglio attirare l'attenzione: «Gli ideali umani contengono esigenze eccessive che condurrebbero dritto filato alla rovina, se fin dall'inizio non le si prendesse poco sul serio. La migliore dimostrazione di tutto questo - ricordava Tuzzi - è che negli uffici dove sono in gioco questioni serie non si usano mai parole come ideale o verità eterna, e, se a un impiegato venisse in mente di inserirle in un documento, gli si consiglierebbe subito di sottoporsi a una visita medica per farsi concedere un periodo di riposo».

Dunque le persone serie non si occupano di questi temi? Nemmeno li nominano? Ma proprio questo dovrebbe metterci in guardia. Perché quello che Musil riporta è il pensiero di un funzionario di alto rango dell'amministrazione imperiale (siamo in Austria, negli anni immediatamente precedenti la Prima guerra mondiale). Una cosiddetta persona seria. E quel pensiero è rivelatore di una visione del mondo che da sempre mira a squalificare le grandi domande della filosofia. Ma è davvero così che stanno le cose? Non sarà forse la paura di ciò che potremmo scoprire a tenerci lontani da simili domande?

Quanto al rapporto tra pensiero e realtà, tema tuttora spinoso tra i filosofi, ancora una volta Musil - che è il nume tutelare e il principio ispiratore del libro - fa fare al suo eroe un'osservazione sorprendente: «Sono semplicemente convinto che il pensiero e la vita reale siano istituzioni distinte, autonome, e che fra di esse vi sia una differenza di grado attualmente incolmabile. Il nostro cervello ha qualche migliaio di anni, ma, se avesse pensato tutto solo a metà e l'altra metà l'avesse dimenticata, la sua immagine fedele sarebbe la realtà».

Come a dire che forse ci siamo spinti troppo in là nella ricerca della verità e che forse l'abbiamo anche trovata: solo che non ce ne siamo accorti poiché a un certo punto abbiamo complicato tutto e ce la siamo lasciata alle spalle.

«È semplice tutto ciò che è grande e non ha bisogno di intelligenza» ci ricorda Musil. «Omero era semplice. Cristo era semplice. I grandi spiriti ritornano continuamente a principi semplici, anzi - si abbia il coraggio di dirlo! - a luoghi comuni morali, sicché in definitiva per nessuno è tanto difficile ribellarsi alla tradizione quanto lo è per le anime davvero libere».

Qualcuno si lamenta del fatto che oggi la filosofia è diventata specialistica, parcellizzata in ambiti fin troppo specifici e ristretti. Forse era inevitabile, dal momento che la stessa cosa è avvenuta in ogni altro ambito, con il progredire delle conoscenze. Ma anche su questo Musil ha espresso, io credo, un'opinione illuminante: «Ogni essere umano riflette sull'intera vita; ma quanto più precisa risulta la sua riflessione, tanto più il suo campo d'indagine si restringe. Quando raggiunge la maturità, è diventato un uomo il quale, di un determinato millimetro quadrato, ha un'esperienza talmente approfondita che al mondo possono eguagliarla al massimo una ventina di altri individui; e quest'uomo sa benissimo che chiunque non sia altrettanto esperto dice sciocchezze sulla sua disciplina, ma intanto non può muoversi, perché se si sposta anche solo di un micromillimetro incomincia a dire sciocchezze pure lui».

Mi pare una riflessione così disarmante da lasciare senza fiato.

È dunque finita l'epoca della filosofia come pratica di vita e confronto dialettico anche al di fuori dell'ambito accademico e tra interlocutori che non siano specialisti? Forse sì. Ma non è stato proprio questo a segnare l'inizio della decadenza della filosofia come disciplina di interesse generale piuttosto che la prepotente comparsa sulla scena della scienza moderna con tutto il suo bagaglio di conquiste? Non è stato cioè il fatto che essa sia divenuta a tal punto un faccenda tra specialisti ad averla allontanata dal mondo? Questa è una domanda che mi piacerebbe rivolgere a Socrate, Seneca, Cartesio, Spinoza, Nietzsche, Heidegger. E che ho rivolto ad alcuni dei filosofi con cui ho avuto il piacere di conversare per comporre questo volume.