Dall'Egitto all'Arabia gli anni del terrore raccontati "da Pulitzer"

Lawrence Wright spiega (da fuoriclasse) l'ascesa di Al Qaida. Con ritratto inedito di al-Zawahiri

Il mondo non è più lo stesso dopo l'11 settembre del 2001. Sono ormai quasi 16 anni che il terrorismo islamico, per altro nato molto prima, si sta rivelando la minaccia principale, o almeno la più percepita, per l'Occidente. In molti si sono cimentati nel raccontare questa sfida tra il mondo moderno e chi sogna un impossibile ritorno indietro verso la teocrazia e un mondo governato da una sola religione: l'islam. Ma c'è indubbiamente un giornalista che c'è riuscito meglio degli altri. È Lawrence Wright, premio Pulitzer e autore de Le altissime torri (Adelphi).

Ora in Italia, sempre per i tipi di Adelphi, arriva Gli anni del terrore (pagg. 456, euro 28) che Wright, penna di punta del New Yorker, ha pubblicato negli Usa l'anno scorso. Il volume raccoglie e rielabora alcuni dei suoi reportage migliori, scritti a partire dagli anni Novanta. Anche se l'esperienza di Wright in quei territori inizia molto prima. Infatti Wright, come obiettore di coscienza durante la guerra del Vietnam, venne inviato come insegnante di lingua alla American University del Cairo. Quella esperienza lo catapultò in un Egitto che non aveva relazioni diplomatiche con gli Usa e in cui il radicalismo islamico si stava già facendo sotterraneamente strada. Tutte cose che Wright non dimenticò e che lo portarono a collaborare come consulente a un film del 1998: Attacco al potere, interpretato da Denzel Washington e Bruce Willis. Il film sul momento non fu un successo. Parlava di qualcosa di irrealistico come una serie di furiosi attacchi terroristici contro New York portati avanti da cellule islamiche di terroristi suicidi e mostrava gli inquietanti rischi per la libertà della società Usa che questo poteva comportare... Ovviamente fu la pellicola più noleggiata negli Usa dopo l'11 settembre.

Da allora Wright ha dedicato gran parte delle sue energie nel continuare a indagare quei temi. Ecco perché nel volume potete trovare una straordinaria «biografia» del numero due di al Qaida e braccio destro di Bin Laden Ayman Al-Zawahiri, il medico egiziano che ha fornito l'inquadramento teorico del nuovo terrorismo islamico. Ripercorrendo la vicenda personale di Zawahiri e intervistando chi lo ha conosciuto al Cairo, il giornalista americano riesce a far capire al suo lettore come sia fallita l'occidentalizzazione di intere fette del Nord Africa e del Medio oriente. Zawahiri, cresciuto nella medio borghesia cairota, iniziò come altri a sognare un ritorno verso un mondo mitico e puro. Se i Paesi islamici nel mondo moderno potevano essere solo una periferia (e la prova provata era l'essere stati sconfitti da Israele) allora la risposta di Zawahiri e di quelli che divennero i suoi seguaci era molto semplice. Bisognava cancellare dall'islam la modernità e tornare alle gloriose origini. Dell'Occidente avrebbero tenuto solo la tecnologia, in una accezione solo militar propagandistica. Questi gruppi non avrebbero fatto molta strada (solo quella che portava verso le carceri dell'Egitto e di altri Paesi arabi) se l'invasione dell'Afghanistan da parte dei sovietici non avesse offerto loro una «zona franca».

Gli afghani cercavano alleati, il «grande satana americano» era disposto a finanziare e aiutare chiunque si muovesse contro Mosca, e Zawahiri non aveva alcuna remora ad utilizzare questa «zona di faglia» fra le grandi potenze per i suoi scopi. Fu lì che nacque il legame con Bin Laden, che dei due fu sempre il meno avveduto, sebbene il più carismatico e dotato di fondi quasi illimitati.

Ma non solo la genesi di Al Qaida, è splendido anche il reportage di Wright del suo soggiorno (alcuni mesinel 2003) in Arabia Saudita come consulente di un giornale locale. Fa emergere in pieno le incongruenze di un Paese dove la condizione delle donne è di esclusione quasi totale. Nelle pagine saudite del premio Pulitzer si respirano tutta la nevrosi e tutte le ingiustizie di una società dove in pratica tutto ciò che è femminile è negato, nascosto o addirittura considerato una incarnazione del male. Giornaliste velate che non possono fare nulla che assomigli a una vera inchiesta, musei dove non si può esporre un volto umano, sale da concerti perennemente vuote perché la musica è demoniaca. E ancora un tasso di depressione enorme tra i giovani - che scherzando chiamano le rare donne con il velo integrale che riescono a incontrare Bmo, Black moving objects - «oggetti neri in movimento» - e la necessità di tutti di nascondersi sotto una cortina di bugie per sfuggire alla polizia religiosa. Perché, comunque, sotto traccia la modernità avanza e il confronto tra la vita che si vorrebbe vivere e quella che si è costretti a vivere, in nome dell'islam per i più è un inferno.

Oltre a questi due capitoli capolavoro, Wright racconta anche di tutti gli errori di intelligence degli Usa, dei segni ignorati prima dell'11 settembre, di come sia degenerata la situazione della Siria. Il tutto però conservando sempre ben salda l'idea che a vincere alla fine sarà l'Occidente. A patto che però non negozi sui suoi principi cardine. A partire dalla libertà.