Damien Hirst è riemerso per salvare l'arte dal naufragio

L'ex giovane provocatore inglese torna in scena e s'inventa il ritrovamento di un finto tesoro. Il risultato? Incredibile

Benvenuti nel regno dell'incredibile, dove tutto è possibile e nulla reale. Dove il mito supera la storia, la verità entra nella finzione, nel segno della Grande Impresa, ciò che da troppo tempo manca all'arte. Un'arte senza ambizioni, che ha smesso di sognare, accontentandosi della teoria dei piccoli passi, tra formule addomesticate e piacevolezze salottiere.

L'arte, invece, è un'altra cosa: un pugno nello stomaco. Rischio. La corsa sul filo del rasoio. Cadere e rialzarsi. Tragico e comico insieme. Non è esprimere una visione del mondo, ma inventarsela una visione, buttandoci dentro di tutto. Il sogno che diventa incubo. Il bello e il brutto. Teatro della crudeltà, come diceva Antonin Artaud, «rituale magico, non rappresentazione».

Teatro, cinema, letteratura, poesia e anche arte. C'è tutto in Damien Hirst. In questa doppia mostra che segue il suo «incredibile» ritorno dopo circa dieci anni di silenzio. Palazzo Grassi e Punta della Dogana, i due spazi veneziani della Fondazione Pinault, gli si sono aperti incondizionatamente. Nessuna notizia è filtrata fino all'apertura, tranne il titolo: Treasures from the Wreck of the Unbelievable. Dieci anni di lavoro affidati ai migliori artigiani, scienziati, manifatturieri del Regno Unito. Il risultato è questo: incredibile.

Il clamoroso rientro in pista parte dunque da una storia: la scoperta, nel 2008, di un relitto di una nave naufragata al largo della costa est dell'Africa, appartenuto a Cif Amotan II, un liberto di Antiochia vissuto tra I e II secolo d.C. Si affrancò da schiavo e raccolse un'immensa fortuna tra opere d'arte, gioielli, oggetti antichi, bottino di guerra. Tutto questo tesoro venne caricato sulla sua nave per essere portato in un tempio, ma non arrivò mai a destinazione. Quindi il recente ritrovamento, la riemersione di reperti incrostati dal mare, talora molto danneggiati, al punto che si è deciso di realizzare alcune copie museali per riportare le forme allo stato originario.

Una storia totalmente inventata da Hirst, in altri termini una clamorosa bufala. Ma questo non importa. Interessa invece che l'artista inglese si sia dedicato all'impresa credendoci come fosse vera, progettando uno a uno tutto ciò che ha immaginato fosse stato conservato e protetto dal ventre marino come una madre: statue gigantesche, il Demon with Bowl, un mostro senza testa di oltre 18 metri che occupa l'atrio di Palazzo Grassi, il Warrior and the Bear che introduce la sezione della Dogana, fino a piccole monete, monili, gioielli, ciascuno immaginato con cura filologica che non esiste. E a proposito di madre, il calco delle mani, giunte in preghiera, della sua vecchia madre, chiude idealmente Palazzo Grassi, unico momento di intimità che Hirst si è concesso.

Se l'abitudine consolidata ha indotto il nostro gusto verso mostre stitiche, con pochi pezzi, dove trionfa l'ideologia del cubo bianco, Hirst rovescia l'assunto esponendo una produzione eccessiva, esagerata, ipertrofica, che a molti suonerà fastidiosa. Soprattutto a quelli cui piace la versione chic del minimalismo stile Ikea. Hirst se ne frega, da sempre abituato a mettere un punto definitivo ogni volta che si muove. Il rischio è la sua cifra, e uno che è già entrato nei libri di storia potrebbe tranquillamente vivere di rendita. Non lui, che davvero lascia parlare il suo lavoro, non presentandosi al rito delle conferenze stampa, evitando la mondanità e nascondendosi, per paura o per nevrosi. Però Damien Hirst è il più grande artista della nostra epoca, e al suo confronto le altre due superstar «born in the 60's» scivolano davvero in retroguardia; Maurizio Cattelan, ormai incapace di produrre niente di nuovo, si accontenta di passerelle di mondanità come un tronista invecchiato; Matthew Barney produce film di sei ore che mai nessuno vedrà per intero.

Hirst, invece, ci sfida, ci mette all'angolo, si fa applaudire e fischiare, ti insinua il dubbio che tutto quello che hai di fronte sia l'ennesima «grande truffa del rock and roll», lui che si porta dietro la rabbia del tamarro di periferia come un personaggio di Ken Loach che ha fatto i soldi e ci sbatte in faccia il suo strameritato successo. L'ex punk approdato a corte, che si permettere di prendere a calci nel culo le regole del salotto buono, di nuovo pronto a coprirlo di sterline per tutte queste opere che certamente gli daranno l'ennesimo rilancio sul mercato.

Ma queste sono tutte considerazioni secondarie. A chi visiterà la mostra, aperta fino a dicembre, consigliamo di perdersi nel dettaglio. Cercare il particolare fuori posto come in una sciarada, la sovrapposizione di epoche storiche, l'improbabile sincretismo religioso, la rivisitazione del mito in chiave cartoon, l'ambiguità tra vero e falso. In questi tesori, che Hirst ha immaginato di riportare alla luce, c'è tutto: Hieronimus Bosch e Walt Disney, il Medioevo Fantastico secondo Baltrusaitis e il parco dei mostri a Bomarzo, il tesoro dei pirati e Titanic, i freaks e la pornografia, Jeff Koons e i transformer, per un elenco di fonti che risulta interminabile nella sua ricchezza. E che si può riassumere così: Damien Hirst ci sta raccontando la condizione relittuale dell'Occidente, aggrappato disperatamente alla zattera del suo glorioso passato. Ci sta dicendo che la nostra storia è la nostra forza; per quanto consunta da incrostazioni di coralli, bruciata da sale, riemersa dagli abissi, è leggenda, nostro destino.