D'Artagnan, eversore romantico secondo Corrado Accordino Piace il monologo ispirato al celebre personaggio di Dumas

Difficile dimenticare uno spettacolo avvincente e coraggioso come il D'Artagnan di Corrado Accordino (Teatro Libero di Milano). Che al monologo sostenuto coram populo dalla vivente personalità dell'autore interprete di se stesso e delle proprie ossessioni presentate in scena come un inedito manifesto della nuova drammaturgia rischia di travalicare nella predicazione fine a se stessa. Che qui viene brillantemente evitata con la confessione in prima persona del proprio credo che coincide con l'invito perentorio a non subire il travalicare che inficia il nostro difficile periodo storico. Scelto D'Artagnan personaggio mitico dell' immaginario consegnato alla storia come rappresentante dell'epica volontà di un gruppo che, secondo Dumas, si era impegnato a difendere lo spirito monarchico contro l'oligarchia di una Chiesa rappresentata da Richelieu, Accordino se ne serve come di un detonatore. Che, utilizzando il titolo famoso e l'appeal del nome di un protagonista divenuto emblema del bene sociale finisce per sposarsi alla rivendicazione dell'uomo. L'essere moralmente integro che si dibatte contro la spuria mitologia della soddisfazione brutale degli istinti. Senza la velleità di rifarsi all'antecedente letterario del pamphlet romanzesco tracciato, alle soglie della morte, da uno scrittore ingiustamente dimenticato come Roger Nimier. Che, dall'esaltazione romantica dell'amor di patria identificato in una destra storica depurata da qualsiasi revanscismo, finì per contagiare Sartre che lo ebbe tra i collaboratori dei Temps modernes e confluì, al cinema, nella nouvelle vague esaltata da Louis Malle in Ascensore per il patibolo.