Quella destra che mischiava Evola e Mao

Luca Gallesi

Morire per delle idee è una canzone di De Andrè uscita nel 1974: allora non fece particolarmente scalpore, dato che gli anni Settanta furono il decennio degli Anni di piombo, durante il quale la lotta politica, poi trasformatasi in terrorismo, mieté centinaia di vittime, soprattutto fra giovani disposti a uccidere e a farsi uccidere in nome di un ideale. Anni terribili, da non rimpiangere e da ricordare perché non si ripetano, mai più.

Spenti anche gli ultimi fuochi, esaurite le antiche passioni e archiviate nell'armadio dei ricordi le velleità di cambiare il mondo, possiamo guardare con il necessario distacco ai protagonisti di quegli anni, persone e movimenti che sono ormai usciti di scena, oppure hanno, spesso, ripudiato le loro idee, che sono diventate, quindi, la riserva di caccia degli storici, attratti soprattutto dagli opposti estremismi. Al meno studiato filone dell'estremismo di destra appartiene il saggio di Alfredo Villano Da Evola a Mao. La destra radicale dal neofascismo ai nazimaoisti appena pubblicato da Luni (pagg. 376 euro 25), dedicato alla destra extraparlamentare e ribelle che si affaccia sulla scena politica a partire dagli anni Cinquanta con gli evoliani «figli del Sole», e continuerà -ma l'argomento non rientra nelle intenzioni dell'autore- fino agli anni Ottanta, con «Terza posizione» e «Costruiamo l'azione». Filo rosso (anzi: nero) che unisce tutte queste esperienze, che furono variegate e ricche di fermenti culturali, è il rifiuto della politica filoatlantista che caratterizza ufficialmente la casa madre, il MSI non ancora Destra nazionale, che nel Congresso del 1950 sancì l'abbandono della posizione di equidistanza tra Usa e Urss a favore dei primi. Finisce, dunque, l'equivalenza tra comunismo reale e capitalismo selvaggio, ovvero «i nemici che si allearono per invadere e sconfiggere l'Europa», idea che continua ad attrarre la gioventù nazionale. Da Jeune Europe di Jean Thiriart, alle organizzazioni giovanili di «Caravella» e «Primula goliardica» fino alla «Organizzazione Lotta di Popolo», provocatoria fin dalla sigla, il mondo giovanile di destra degli anni Sessanta e primi Settanta fu un vivace crogiuolo nel quale si fusero elementi anticapitalisti e anticomunisti, con un forte connotato sociale unito alla salda volontà di superare gli steccati, cosa che, effettivamente, in quegli anni riuscì incredibilmente.

Fa un certo effetto, infatti, leggere che, a pochi anni dagli orrori della guerra civile, erano già caduti i tabù dell'anticomunismo e, soprattutto, dell'antifascismo, al punto che il Pci, nella persona incaricata di Giancarlo Pajetta, finanziava direttamente una rivista di ex-fascisti repubblicani, Il Pensiero Nazionale, diretta dal reduce Stanis Ruinas, mentre Enrico Berlinguer, il 10 dicembre 1950, al cinema Splendor di Roma, di fronte a numerosissimi giovani del Msi affermò che i giovani missini «non erano antidemocratici», e soprattutto «erano in buona fede, da preferire alla classe dirigente pseudodemocratica». Altri tempi, altri uomini e, soprattutto, altre idee.