"Devo irrigare i miei campi". Così si disertava dalla Rsi

Nelle carte del Tribunale militare di Brescia le motivazioni di chi evitava la chiamata alle armi a Salò: la famiglia era sempre anteposta al servizio

Il monopolio della forza pubblica e del potere repressivo è notoriamente un attributo imprescindibile di uno Stato, tanto più quando questo si costituisce in ragione e al fine di combattere una guerra già in atto. Così è stato per la Repubblica sociale italiana, chiamata a giocarsi sulla partita militare non solo la propria credibilità, ma anche la propria stessa sopravvivenza.

A distanza di meno di due mesi dall'annuncio della sua costituzione, la Repubblica di Salò emana il 10 novembre i bandi della chiamata alle armi della Rsi delle classi 1924 (2º e 3º quadrimestre) e 1925. Subito mette in moto una massiccia macchina propagandistica affinché «nell'animo dei giovani si riaccenda il sentimento del dovere: il dovere di impugnare le armi». Manca a tutt'oggi un bilancio preciso e analitico non solo della dimensione assunta dalla renitenza e dalla diserzione, ma ancor più delle motivazioni del diniego opposto dai giovani all'invito di servire la patria fascista.

Un contributo decisivo a sciogliere questo nodo può venire dai dati, ad oggi inediti, presenti nei procedimenti penali istruiti contro renitenti e disertori dal Tribunale militare regionale di Guerra della Repubblica sociale italiana. Un lavoro imponente, questo, che richiederebbe, per essere condotto in modo sistematico (i fascicoli complessivi sono 55mila), l'impiego di una équipe di studiosi. Chi scrive si è posto l'obiettivo di condurre lo spoglio della Sezione Autonoma di Brescia del Tribunale, la più importante perché oltre che su Brescia esercitava giurisdizione su Bergamo, Cremona, Mantova e Piacenza. Nei 600 giorni della Repubblica di Salò, i procedimenti aperti dal tribunale bresciano sono ben 18mila, un terzo dell'ammontare complessivo.

Si sono analizzati ad oggi i primi 4026 incartamenti seguendo un criterio di scelta necessariamente non rigoroso, stante la disposizione casuale dei fascicoli, col fine di creare un database che riporta di ogni imputato: nome e cognome, anno e luogo di nascita, luogo di residenza, reato, data di apertura della pratica, forza militare di appartenenza, professione, titolo di studio, iter della pratica.

Dall'indagine emerge un primo dato significativo. I due macroreati che hanno messo in moto la macchina giudiziaria della Rsi sono diserzione (74 per cento dei casi) e renitenza alla leva (26 per cento). Scorporando i dati complessivi emergono altri due elementi rilevanti, ossia che la renitenza, contenuta nel novembre '43, si amplifica in modo pronunciato con la seconda chiamata dell'aprile del 1944, e che pure la diserzione ha un andamento crescente, passando dal 25 per cento del totale nei primi sei mesi del governo di Salò al picco nel giugno '44 (32 per cento) in corrispondenza, non casualmente, con la presa di Roma da parte degli Alleati.

Dai dati empirici si nota quindi una correlazione diretta tra andamento della guerra e allargamento dei fenomeni di diserzione/renitenza. Un passo ulteriore nella decifrazione delle ragioni che motivano il rifiuto a servire Mussolini si compie con l'analisi degli incartamenti processuali. È doverosa l'avvertenza che si tratta di una fonte di parte fascista e che le informazioni che ci fornisce sulle ragioni del disertore e del renitente così come le autodifese offerte dai malcapitati sono condizionate dalla faziosità degli uni e dal calcolo di convenienza degli altri. Dalle dichiarazioni degli arrestati si evince comunque che magna pars della loro decisione è costituita da considerazioni relative alla sfera della difesa e della salvaguardia del nucleo famigliare. Ad esempio, Gerolamo A., classe 1922, scappa a casa perché «la sua presenza è una necessità assoluta». Il padre spiega è finito «sotto un carro condotto dai buoi mentre tornava dalla campagna». Quattro dei suoi fratelli sono prigionieri in Germania e un quinto ha appena 13 anni. Situazione familiare disperata anche quella di Battista B., classe 1927, che deve provvedere a tre sorelle e al padre invalido della Grande Guerra. Così pure Fedele G., classe 1917, va «a casa ammette per provvedere all'irrigazione della mia campagna, essendo solo in famiglia, avendo 2 fratelli internati in Germania, padre inabile al lavoro, madre sempre ammalata».

Non meno emblematico è il caso di Battista F., classe 1925, di stanza a Trevi (Perugia). Una volta che il suo «battaglione è sbandato», con dei commilitoni si dirige a nord approfittando di un passaggio su un camion tedesco per poi proseguire a piedi. Dopo quattro giorni di cammino, è catturato dai «ribelli» che successivamente lo liberano. Giunto in famiglia, ottiene dal podestà il riconoscimento dell'esonero agricolo per lavorare la propria terra, il che non gli evita l'arresto della Brigata Nera Tognù nella quale si arruola. Come si vede l'autorità saloina qualifica come disertore anche un milite che rientra dopo l'abbandono del suo corpo in una nuova formazione fascista. Un rientro questo non episodico.

Francesco T., classe 1921, diserta dall'esercito territoriale per arruolarsi nella Brigata Nera Marchigiani. Per lui la ragione è prosaicamente spicciola: «si mangia meglio, non si fa la brusca né la striglia e la paga è superiore». Molti militi poi abbandonano le file in grigio-verde per impiegarsi nel lavoro obbligatorio della Todt, che permetteva loro di restare nelle vicinanze della propria famiglia.

Un quadro di motivazioni che almeno in negativo dimostra come il servizio alla Patria sia proposto sempre come subordinato e secondario rispetto all'interesse del proprio nucleo famigliare. Servizio alla Patria che viene ulteriormente eroso di fronte al quadro di inefficacia e di inefficienza dell'organizzazione militare saloina. Un complesso di fattori che paradossalmente sono indicati all'origine della diserzione e della renitenza anche dalla sponda fascista. Vengono imputate come responsabili, oltre scontatamente alla propaganda partigiana e alla scarsa severità della repressione, il deteriorarsi dello «spirito pubblico», ma anche l'«inconsistenza dei comandi e dei reparti» e lo «smarrimento delle coscienze» che porta ad una condizione «desolante» la prospettiva militare della Repubblica sociale italiana.