Il "diarista" Ugo Ojetti, tante cose viste (e qualcuna non detta)

Tornano i «Taccuini» degli anni 1914-43, ma questa volta con qualche giudizio in più

Il 7 novembre 1947 Giovanni Ansaldo, che si era ritirato a Pescia e che da lì aveva ripreso a collaborare coi giornali, si recò dalla vedova di Ugo Ojetti, morto a Fiesole l'anno precedente. Vi era stato mandato da Leo Longanesi per parlarle delle carte e dell'epistolario del marito. Ansaldo aveva polemizzato più volte con Ojetti e aveva qualche timore: «Mentre salivo l'erta della villa principesca pensavo alle ironie della vita, per cui toccava proprio a me, dopo tante mie canzonature e insolenze verso il dominus del luogo, occuparmi, per la prima volta, delle sue carte». Tuttavia andò bene l'incontro con la signora Fernanda che del marito «difendeva la memoria come una leonessa, ritagliando accuratamente tutti gli scritti degli artisti» che ne dicevano male e che in altri tempi avevano pietito da lui «una recensione o una raccomandazione». La signora aveva deciso di preparare «una scelta di epistolario»: sarebbe stata «la sua vendetta» per riabilitare la figura del marito che era stato radiato dall'Ordine dei giornalisti per i suoi trascorsi fascisti e costretto a ritirarsi nella sua splendida villa quattrocentesca del «Salviatino» a Fiesole. L'impressione che Ansaldo ebbe della signora fu positiva: «Un'occhiata mi ha fatto subito capire che essa è, per l'ottanta per cento, la ragione e la spiegazione della fortuna mondana e professionale di Ugo Ojetti. Ho scritto già a Longanesi consigliandolo a fidarsi di lei, e di lasciarle fare la scelta come crede. La farà benissimo».

Ansaldo, che pure col tempo si era ricreduto, non era stato l'unico intellettuale a muovere critiche a Ojetti. Molti altri lo avevano fatto in maniera feroce ancor prima della Grande Guerra. Sulle pagine di Lacerba, la rivista fondata nel 1913 da Papini e Soffici, era apparso, per esempio, questo epigramma: «Ugo Ojetti è quella cosa/ che dei critici fa parte:/ non capisce un corno d'arte,/ ma fa il critico lo stess». Sulle testate del fascismo strapaesano, a cominciare da Il Selvaggio, gli strali erano stati acuminati: Mino Maccari, lo aveva definito «Sor Ugo Senza-sugo». E dello stesso Maccari è una battuta impietosa: «Ogni secolo ha il suo Ojetti: al nostro è toccato il peggiore».

Donna Fernanda si dedicò, con abnegazione, come aveva previsto Ansaldo, al recupero della memoria e dell'immagine marito, coadiuvata in questa «missione» dalla figlia Paola. Uscirono, così, a partire dagli anni '50, oltre alla ristampa delle Cose viste, alcuni inediti importanti tra i quali le Lettere alla moglie, relative al periodo della Grande Guerra, e i Taccuini 1914-1943, ora riproposti dall'editore Aragno (pagg. LXXII-498, euro 35) in un'accurata edizione curata da Bruno Pischedda. Il quale, nel saggio introduttivo, analizza e, in qualche caso, recupera alcuni brani che, per motivi vari, furono espunti dalla prima edizione.

Di questi ce ne sono taluni di particolarmente gustosi, a livello aneddotico o di pettegolezzo, come per esempio questo ritrattino di Bernard Berenson che, probabilmente, Paola e Fernanda non vollero inserito per i rapporti di amicizia che legavano le due famiglie: «Berenson ha cominciato la sua carriera vendendo non so che, per le vie di Boston, con una scatola al collo. La Gardner, di Boston, grande collezionista d'arte e, pare, di giovanetti, se ne innamorò, lo fece educare, se lo godé, lo mandò in Italia a studiare, in un viaggio, un po' d'arte. E B.B. le fece due o tre acquisti mirabili, per la sua Galleria. Ed ella lo ricompensò con altri doni, pian piano gli fece un patrimonio. E B. libero si dette a scrivere, sposò la signora Mary, raggiunse la fama e la ricchezza».

Meno legato al gossip è questo altro passaggio dell'ottobre 1922, che Paola e Nanda Ojetti ritennero «impubblicabile»: «Leggo sulla Riv. Liberale del piccolo Gobetti un articolo di Gius. Prezzolini per una società degli Apoti, pieno di quella sicumera e di quell'autoincensamento che stuccano il palato perfin di Salvemini, e pieno anche di quella fifa del fascismo per la quale egli non osa più dirsi né russofilo né socialista né antimilitarista né quacchero, ma accenna e non dice, dice ma scantona: uno spasso insomma». Dietro le parole sul «quacchero Prezzolini» e sul «jeune homme» della Rivoluzione Liberale c'era l'eco di un'antica antipatia che, nel caso di Prezzolini, risaliva alle polemiche nate da La Voce e, nel caso di Gobetti, richiama la feroce battuta che questi riservò a Ojetti presentandolo come «maestro insuperabile nella magra arte dell'arrivare».

Nel panorama della cultura italiana dell'ultimo scorcio dell'800 e la prima metà del '900 Ojetti giganteggia per ecletticità e molteplicità di interessi e per i molti importanti incarichi ricoperti. Per questo motivo, lodato da sinceri estimatori e squallidi questuanti, egli si trovò spesso al centro di polemiche sulle proprie scelte artistiche e politiche, cui peraltro con quel suo aspetto da mite ed elegante gentiluomo col monocolo, ma anche con una sua naturale vis ironica non si sottraeva.

Rampollo di una famiglia altoborghese il padre era un architetto ben conosciuto egli, dopo aver inizialmente pensato alla carriera diplomatica, si dedicò alla letteratura. Il suo nome divenne noto come giornalista di costume e inviato speciale, come critico e storico dell'arte, come narratore e autore di teatro. Sulle colonne dell'Illustrazione Italiana firmò, con lo pseudonimo Il Conte Ottavio, brillanti cronache mondane che gli garantirono vasta popolarità, mentre per il Corriere della Sera, del quale fu anche direttore, scrisse, firmandole Tantalo, centinaia di articoli raccolti nei sette volumi delle celebri Cose viste tradotti anche in inglese. Fondò importanti riviste d'arte e di letteratura tra le quali Dedalo. E nel 1922 pubblicò il romanzo Mio figlio ferroviere, che piacque a D'Annunzio.

Al fascismo Ojetti fu subito vicino. Tra i firmatari del Manifesto degli intellettuali fascisti, venne nominato all'Accademia d'Italia nel 1930. Mussolini lo considerava amico e lo stimava, ma soprattutto ne apprezzava le doti di mediatore fra gli artisti che sedevano in Accademia: «Riesce a non far scoppiare una guerra aperta, almeno in Accademia. Dovrebbe reggere il dicastero delle relazioni mondane, in Accademia».

Delle diatribe artistiche ma anche di quelle politiche nel periodo compreso tra le due guerre I Taccuini di Ugo Ojetti offrono un panorama scintillante, dove l'aneddotica e il gossip si alternano con la cesellatura dei ritratti dei protagonisti del mondo cultural-politico ma anche con il nitore scintillante di pagine che sono esempi di prosa d'arte. Certe definizioni o immagini sono fulminanti. Carlo Sforza, per esempio, è il «Collare della Rinunziata»; Benedetto Croce è «un narratore inesauribile, ma per la politica ha ormai i paraocchi»; Curzio Malaparte, con i «capelli neri lucidi di brillantina, occhi neri, ciglia nere lunghe» gli appare un «ragazzo d'ingegno, agile, ben vestito, sicuro di sé». E poi ci sono anche considerazioni sulla politica, come questa del giugno 1924: «Vi sono due morti, Matteotti e Mussolini. E l'Italia è divisa in due: quelli che piangono per la morte dell'uno, quelli che piangono per la morte dell'altro». E infine non mancano le polemiche artistiche e il rammarico per il peso assunto da Margherita Sarfatti: «Mussolini la lascia arbitra in tutto quel che tocca l'arte: e pace sia con loro, se non con la povera arte italiana». Questi Taccuini sono insomma un incredibile e gustoso caleidoscopio puntato sulla società e sulla cultura italiana della prima metà del '900. E rivelano che Ojetti, oltre ad essere un grandissimo giornalista e scrittore, è anche un eccellente diarista.