La diplomazia dell'intelligenza. Talleyrand genio trasformista

Altro che il "Girella" sbeffeggiato dal Giusti. Il francese attraversò ogni regime, ma fu sempre fedele al suo Paese

Nelle scuole del tempo che fu, il nome di Charles-Maurice de Talleyrand-Périgord, Principe di Benevento, era associato al Brindisi di Girella (1840) di Giuseppe Giusti. Il grande diplomatico, «una delle menti più illuminate e perspicaci della sua epoca», era passato indenne e da protagonista attraverso tutti i regimi politici, dalla Monarchia alla Repubblica giacobina, dal Direttorio al Consolato, dall'Impero alla Restaurazione, finendo in gloria i suoi giorni in piena Monarchia di luglio. Gli faceva dire Giusti: «Ho celebrato/ e troni e popoli/ e paci e guerre;/ Luigi, l'Albero,/ Pitt, Robespierre,/ Napoleone,/ Pio sesto e settimo/ Murat, Fra Diavolo,/ il Re Nasone,/ Mosca e Marengo;/ e me ne tengo». Va detto, però, che cent'anni dopo, Guglielmo Ferrero in Reconstruction. Talleyrand à Vienne, rendeva omaggio al ricostruttore dell'Europa messa a soqquadro dall'avventura napoleonica, che aveva fatto rientrare un «grande re nella sua reggia alle Tuileries riconducendovi i due geni che la Rivoluzione aveva prima aizzati l'uno contro l'altro e poi messi in fuga: il diritto divino e la Carta» costituzionale.

Personaggio sicuramente di grande statura, Talleyrand aveva affascinato, tra gli altri, Henry Lytton Bulwer che gli aveva dedicato uno dei saggi degli Historical Characters (1868). Lo scritto interessò molto Charles-Augustin de Sainte-Beuve, scrittore e critico francese tra i più prolifici e geniali del suo tempo, e gli fornì l'occasione per misurarsi anche lui con un protagonista così controverso della storia francese: sotto la guida di Sir Henry Bulwer, «ma un poco meno indulgente di lui, su questa vita e su questo personaggio dal triplice e quadruplice fondo». Ne risulta un ritratto realistico, a tratti spietato, in cui all'ammirazione per le doti diplomatiche e le straordinarie capacità di uomo di Stato di cui aveva dato prova Talleyrand si uniscono giudizi di implacabile severità: «il meno scrupoloso degli uomini di Stato», «la venalità, ecco la piaga di Talleyrand, piaga schifosa, cancro roditore che invade il fondo». Sainte-Beuve, storico di Port Royal, uomo della destra bonapartista, era un inguaribile moralista. A Victor Cousin, entusiasta dall'ultimo discorso di Talleyrand all'Accademia delle Scienze Morali e Politiche - «È Voltaire, è il miglior Voltaire» - obietta che «Apostolo della ragione sino all'ultimo, si può dire che Voltaire è morto combattendo. La fine della sua vita non è stata simile a una partita di whist dove si vince calcolando».

Francesco Perfetti, nella sua magistrale «Prefazione» al Talleyrand di Sainte-Beuve (da poco uscito presso Nino Aragno Editore, euro 15), non concorda: «Talleyrand fu, proprio, intelligenza allo stato puro: accoppiata con il cinismo, il realismo politico, il gusto per l'intrigo, la passione per gli affari, la capacità quasi rabdomantica di saper cogliere le linee di tendenza della storia. Tuttavia, il suo amoralismo, checché ne dica Sainte-Beuve trovò, vale la pena di ribadirlo, un limite nella convinzione che non si dovessero discutere la grandezza storica e l'importanza politica del proprio paese».

Lo stesso Sainte-Beuve, nondimeno, è costretto a riconoscere il talento non comune di Talleyrand: i suoi lumi lo lasciavano freddo, nella sua ambizione politica non v'erano né coraggio né sentimenti elevati, ma non gli difettava l'intelligenza degli uomini e degli eventi. «Il signore di Talleyrand, pur approfittando della sua posizione per aumentare le sue ricchezze con mezzi a volte poco delicati, non si è mai lasciato impegnare, nemmeno da potentissimi motivi di interesse, a favorire piani che avesse ritenuto dannosi alla pace europea». E per spiegare l'allontanamento dall'avventuriero Bonaparte, fa un'annotazione geniale: «Le menti in cui predomina il buon senso hanno questo di felice o di infelice, ma di irresistibile: quando si trovano in presenza di atti o di progetti smisurati, imprudenti, irragionevoli, non si lasciano vincere né da affezione né da interesse; un po' prima, un po' dopo, non possono fare a meno di disapprovare. Se poi non mancano né di spirito né di mordente, difficilmente si priveranno del pronunciare parole taglienti. Il dardo una volta fuggito, corre, ferisce, irrita».

È pur vero che ad ogni riconoscimento segue il leitmotiv della corruzione: «fece del suo meglio per servire il governo e il monarca che gli avevano affidato i loro interessi, e per rendere alla Francia dignità e autorità nei consigli d'Europa. Disgraziatamente non è meno certo che non perdette occasione di tornare alla sua vecchia abitudine di trafficare e di mercanteggiare». Sainte-Beuve non tralascia, comunque, di ricordare quale acuto osservatore fosse Talleyrand, dal Rapport sur l'instruction publique (1791) - che Walter Maturi definiva stupendo - al Mémoire sur les rapports actuels de la France avec les autres États de l'Europe (1792), alle considerazioni sugli Stati Uniti in cui si era prudentemente recato dal 1794 al 1796.

Talleyrand si chiedeva per quali ragioni gli americani sentissero un'inclinazione tanto forte per gli inglesi fino a pochi anni prima nemici mortali. «L'identità di linguaggio, spiegava, stabilisce tra gli uomini dei due paesi un carattere comune che li porterà sempre a ritrovarsi e a riconoscersi; si crederanno reciprocamente a casa propria quando viaggeranno l'uno nel paese dell'altro; scambieranno con reciproco piacere la pienezza dei loro pensieri e tutte le discussioni dei loro interessi, mentre una barriera insormontabile si alza tra i popoli di lingua diversa che non possono pronunciare una parola senza accorgersi di non appartenere alla medesima patria; tra i quali ogni scambio di pensieri è una fatica penosa e non un godimento; i quali non riescono mai a comprendersi perfettamente, e che per il risultato della conversazione, dopo essersi stancati in impotenti sforzi, si trovano reciprocamente ridicoli».

Il realismo di Talleyrand colpisce ancora oggi per la sua capacità di mettere a fuoco problemi che noi europei forse siamo portati a sottovalutare.