Dive e dilemmi morali, ecco il romanzo inedito della giovane Ayn Rand

La scrittrice in «Ideale» trasformò in dramma i temi fondanti del suo pensiero filosofico

C'è una donna bellissima. Si chiama Kay Gonda. Tutti la conoscono, tutti la venerano. È una delle attrici più famose e misteriose di Hollywood. Il suo è un fascino irresistibile, ma inquietante. Persino chi le sta vicino, come il suo produttore Anthony Farrow, non è mai riuscito a capire che cosa passi dentro la sua testa dalla criniera scompigliata e meravigliosa. Ora però la situazione è diventata più complicata: non si tratta più dei capricci di una star venuta su dal niente. Il milionario Granton Sayers è morto nella sua villa, dopo essere stato visto a cena con Kay. Che le diafane mani della diva siano macchiate di sangue? Difficile appurarlo, perché lei si è data alla fuga con una delle sue fuoriserie e con sé ha portato solo delle lettere, sei, ricevute dai suoi ammiratori (oltre ovviamente al suo elegantissimo cappello a tesa larga).

Inizia così Ideale, un piccolo romanzo gioiello di Ayn Rand (1905-1982), rimasto inedito sino a oggi e che ora è in libreria per i tipi di Corbaccio (pagg. 256, euro 18,60). Il testo, 32mila parole, ha infatti «dormito» tra le carte della scrittrice anche dopo la sua morte. Era conosciuta solo la sceneggiatura teatrale (anch'essa pubblicata nel volume) tratta dal romanzo, per quanto anche quella non fosse mai stata tradotta prima in Italia. Difficile capire come mai la Rand abbia deciso di tenere il testo lontano dalle stampe (preferendogli la sceneggiatura). Alcune ipotesi le avanzano, nell'apparato al volume (molto curato), Leonard Peikoff e Richard E. Ralston, responsabile editoriale dell'Ayn Rand Institute. Quando scrisse il testo, nel 1934, la Rand non era in un periodo felice. Noi vivi (romanzo denuncia del totalitarismo sovietico) non aveva ancora trovato un editore e la sceneggiatura de La notte del 16 gennaio mancava di un produttore. Forse le sembrò che in forma di sceneggiatura, con l'ausilio della recitazione e delle immagini, fosse più facile trasmettere il fascino ambiguo di Kay Gonda.

Ma alla fine le questioni filologiche, care a chi si interessa, da studioso, alla genesi del pensiero della fondatrice dell'Oggettivismo, toccheranno poco chi apprezza la Rand soprattutto per la sua forza di scrittrice. Nel romanzo si ritrovano le radici del pensiero della Rand sull'individuo, sulla necessità della libertà, sul peso della società oppressiva (quelle che caratterizzano il suo capolavoro, La rivolta di Atlante) ma virate in una forma più intima. Quei temi sono lì perché connaturati profondamente in questa autrice, vera icona del liberismo Usa, cresciuta in una Russia sconvolta dalla Rivoluzione bolscevica e per questo precipitata nella disperazione della fame e della totale mancanza di libertà. Proprio per questo la Rand abbandonò San Pietroburgo nel 1925 - a vent'anni - per raggiungere gli Stati Uniti.

La famosa frase in appendice alla Rivolta di Atlante si addice anche a Kay Gonda: «La mia filosofia, essenzialmente, è il concetto dell'individuo come essere eroico, con la sua felicità individuale come scopo morale della vita...». Infatti nel romanzo Kay Gonda è alla ricerca, feroce, di qualcosa che non sia apparenza. E per trovarla metterà alla prova proprio quei fan che scrivendole si sono detti disposti a ogni cosa. Ed è con questo espediente che le peripezie dell'attrice in fuga si trasformano rapidamente da trama gialla in indagine morale.

Finiscono così sotto la lente di ingrandimento il micro borghese che non riesce a trovare in se stesso nessun vero anelito di libertà, ma si accontenta della sicurezza, della «roba». Il nobile decadente per cui tutto è noia o brama. L'intellettuale sempre alla ricerca di una musa e che quando se la trova davanti nemmeno riesce a riconoscerla. La coppia di anziani coniugi (la tradizione) che misura tutto sulla propria fattoria e sull'ipoteca. Il religioso che desidera avere fede, ma alla fine vuol solo far colpo sui suoi fedeli (l'ateismo sarà uno dei cavalli di battaglia della Rand). E poi finiscono alla berlina anche i sognatori come, in un certo senso, la stessa Kay Gonda: «Chi ha reso la vita come la conosciamo? Coloro che non sanno sognare. No. Quelli che sognano e basta». C'è in questo libro, dal finale amaro, quell'uomo unica misura di se stesso che sarà l'anima del filosofare della Rand matura. Non siamo ancora all'individualismo etico ma se ne avverte già la ricerca. Ma c'è anche quella ossessiva analisi delle piccolezze umane che era uno dei tratti che più la Rand ammirava in Dostoevskij (del quale però rifiutò sempre lo spiritualismo). Abbastanza per fare di questo romanzo, a tratti acerbo ma mai in modo sgradevole, un must di lettura. E non solo per i patiti della Rand.