Dreiser ci riporta alle titaniche radici del capitalismo

Dal mito della frontiera, quella che tanti scrittori americani hanno raccontato, su tutti Jack London, ad un'altra frontiera che di epico sembrava avere solo il profumo dei dollari: la nascita del capitalismo negli Usa. «Frontiera» che Theodore Dreiser, considerato uno dei padri della letteratura americana moderna, ha messo al centro del suo romanzo Il Titano, dove ha descritto non la Corsa all'oro ma la via di uomini senza scrupoli che vogliono raggiungere la ricchezza come anticamera del Potere. Scrittore amato da Sinclair Lewis, Edgar Lee Masters, Saul Bellow, Dreiser ne Il Titano, pubblicato per la prima volta nel 1914, non esprime giudizi etici sull'ascesa del capitalismo, ma riesce a cogliere l'attimo esatto in cui il denaro cominciava a dominare la società, la politica, i gruppi editoriali.

Dreiser si può considerare, dal punto di vista del rapporto tra denaro e potere, l'unico vero erede di Balzac: un Balzac americano. Nato a Terre Haute, Indiana, nel 1871 (e morto a Hollywood nel 1945), penultimo di dieci figli, condivise la vita povera ed errabonda della famiglia dominata dal rigore religioso del padre, cattolico emigrato dalla Germania. Il lessico della sua dura infanzia, rievocata in Alba (Dawn, 1931), fu il tedesco. A vent'anni iniziò la sua attività di reporter prima a Chicago poi a St. Louis, Pittsburgh, New York. Nel frattempo si dedicò alla narrativa, influenzato dai naturalisti: fu la lettura di Balzac a orientarlo verso una concezione della società come un semplice insieme di caotici conflitti di potere, mentre i filosofi Thomas Huxley e Herbert Spencer gli fornirono le basi per l'analisi dell'individuo in lotta con l'ambiente. Il suo primo romanzo Sorella Carrie fu scritto nel 1900 ma pubblicato solo nel 1912 perché ritenuto immorale: è la storia di una donna, modellata sulla sorella Emma, che giunge da sola al successo e alla ricchezza. Nei romanzi successivi Il finanziere (1912) e Il titano, che con il postumo e incompiuto Lo stoico (1947) compongono la così detta «trilogia del desiderio», Dreiser denuncia la brama di potere e denaro negli Usa di quegli anni: descrive l'ascesa di Frank Cowperwood, finanziere senza scrupoli.

A quasi 70 anni dalla prima edizione italiana del romanzo (Einaudi 1949) arriva ora in una nuova traduzione per Mattioli1885 (pagg. 670, euro 22). Protagonista è un avventuriero, Cowperwood. Dreiser ne fa una sorta di superuomo di matrice nietzschiana. Frank Algernon Cowperwood, dopo essere uscito di galera dov'era finito per truffa, si reca da Philadelphia a Chicago e qui accumula enormi ricchezze: e per raggiungere questo obiettivo non si ferma di fronte a nulla. Corrompe persone, altre ne rovina, e qualcuna l'ammazza. Lo scrittore ci dipinge questo mondo senza reticenze e il suo Cowperwood, ispirato alla figura reale del finanziere Charles Tyson Yerkes, è un uomo che non conosce alcuna morale e nessun limite alla propria volontà di potenza. Infatti non si ferma neppure di fronte al delitto. Perché, come scrive Dreiser nelle ultime pagine, «Se in astratto Dio, o la forza della vita, non è altro che un'equazione, lo è anche il contratto sociale, che è quanto di più vicino riguarda gli uomini. Ed esso si manifesta generando gli individui, con tutta la loro stupefacente varietà e finalità e, per mezzo degli individui, generando poi la massa. Alla fine si raggiunge invariabilmente l'equilibrio quando la massa sottomette l'individuo o l'individuo la massa - volta a volta. Il fatto è che, non c'è verso, il mare ondeggia e infuria sempre». A noi la scelta di affogare, galleggiare o imparare a nuotare.

@GianPaoloSerino