Il Duce ai partigiani: «Attenti, gli inglesi mi vogliono morto»

Mussolini nelle sue ultime ore era sicuro di essere braccato dalle spie britanniche

Roberto Festorazzi

Mussolini, nelle ore dell'epilogo di Dongo, aveva la certezza di essere seguito da uomini dei servizi segreti inglesi che volevano ammazzarlo, per tappargli la bocca. È quanto emerge da documenti segreti, che qui vengono presentati per la prima volta, e che furono esaminati con grande attenzione da Renzo De Felice, nell'ultima parte della sua vita: proprio per questa ragione, lo storico del fascismo non ebbe il tempo di utilizzare questi materiali. Si tratta, innanzitutto, del memoriale inedito di un partigiano-pescatore, protagonista defilato dei fatti di Dongo: Aldo Castelli Pinun, il quale rese poi dichiarazioni giurate allo storico fiorentino Alberto Maria Fortuna che ce le ha poste gentilmente a disposizione.

Avevamo interrotto il racconto di Pinun al punto in cui un ex combattente della campagna di Grecia, fatta irruzione nella sala del municipio di Dongo dove il Duce era stato posto agli arresti il pomeriggio del 27 aprile 1945, aveva tempestato il prigioniero di domande astiose, che avevano messo in grande difficoltà, sul piano emotivo, Mussolini. Ma proseguiamo nella narrazione, attingendo al memoriale dattiloscritto di Aldo Castelli.

Dopo questo drammatico scontro verbale, gli animi si placarono e il partigiano Pinun poté scambiare qualche parola con il Duce. Il partigiano-pescatore, esordì con una domanda provocatoria: «Come mai dopo la caduta del Fascio e il tradimento dei vostri ministri, vi siete messo ancora alla testa (del popolo italiano, ndr) per combattere una guerra fratricida?». Mussolini rispose: «Questa domanda mi fu già posta da un tuo compagno, poco fa, e come già risposi a lui, dico anche a te che dal 25 luglio non seguo più la mia volontà, bensì quella degli altri. Ho provato a ribellarmi, ma non mi fu possibile. Ora, spero prima di morire mi sia concesso di parlare al popolo italiano spiegandogli i motivi di quanto è successo».

Castelli notò che, nel parlare, Mussolini appariva molto scosso. Gli chiese allora il motivo di quell'agitazione, e il dittatore rispose scrollando il capo. Poi l'illustre prigioniero lo incalzò con una raffica di pressanti interrogativi: «Com'è la popolazione di queste parti? Comandano i preti? La gente è socialista, o no? Spero non mi faranno del male, vero?». Prosegue Pinun: «Io lo rincuorai e gli dissi che la gente del lago di Como, era tutta lavoratrice e che in merito al comando, sia preti che socialisti, io non sapevo di nulla, dato che di politica non me ne intendo, però dissi che tutta la gente era stanca di sopportare la malvagità dei suoi seguaci (Brigate Nere e tedeschi). Gli raccontai diversi fatti successi proprio in Dongo, e vidi che Mussolini piangeva».

L'ormai ex capo del fascismo, messo alle corde, aggiunse allora di ignorare che i suoi uomini potessero essere «capaci di certe barbarie, altrimenti mi sarei opposto anch'io severamente». Continua Castelli: «Mi chiede ancora: sai dove hanno messo quella signora che si trovava sulla macchina al seguito della colonna? (questa era la Petacci) Gli risposi che io non sapevo niente perché provenivo dal Ponte del Passo e non potevo sapere quanto avevano fatto a Dongo».

Mussolini allora confidò la parte più segreta delle sue angustie: «So che sono capitato in mano di brava e valorosa gente e ti prego di farmi un favore: aiutami a convincere il comandante, conte Bellini (si trattava del comandante della locale 52ª Brigata garibaldina, Pier Bellini delle Stelle Pedro, ndr), di non consegnarmi agli Alleati prima che io abbia parlato al popolo italiano, altrimenti - ne sono pienamente sicuro - se vado in mano agli Alleati, e in particolar modo agli inglesi, mi ucciderebbero». «Gli risposi: è impossibile. Lui prontamente rispose: So di sicuro di essere inseguito da poliziotti dell'Intelligence Service, che hanno ordini precisi di uccidermi».

Quest'ultima parte del racconto di Pinun è di enorme importanza, perché documenta, con il drammatico pathos di una testimonianza verbale in presa diretta, che Mussolini era certo di essere tallonato dai sicari britannici. Altri testimoni, presenti in quei frangenti del municipio di Dongo, confermano il senso degli ammonimenti del Duce. In quell'assaggio di processo popolare, il dittatore fu udito affermare, rivolto al merciaio ed ex carabiniere Carlo Ortelli: «Sono stato obbligato a entrare in guerra. Dimostrerò in un domani al popolo la ragione che mi impedì di rimanere neutrale». Poco dopo, al sindaco del paese, Giuseppe Rubini, volle aggiungere: «Spiegherò, spiegherò tutto se vorranno farmi un processo». E ancora: «Lasciatemi parlare al popolo italiano: gli spiegherò. Il popolo italiano è intelligente: capirà tutto». Un significato ancora più preciso, in tal senso, assume il monito che il capo del fascismo avrebbe rivolto a un interlocutore di parte avversa, mentre si trovava nella casermetta della Finanza di Germasino, dove rimase per alcune ore, nella tarda serata del 27 aprile, prima di essere condotto alla sua ultima destinazione. A chi lo interrogava, il Duce avrebbe detto: «Le mie borse di documenti non devono assolutamente capitare nelle mani degli angloamericani o dei comunisti, ma devono essere consegnate al governo italiano perché serviranno per trattare, al tavolo della pace».

Nelle dichiarazioni inedite raccolte nel 1974 da Alberto Maria Fortuna, Aldo Castelli aggiunge che il Duce «non aveva paura di noi, dei partigiani, aveva paura degli Alleati, precisamente degli inglesi. A me ha detto: Che cosa vuole? Sono seguito, ogni passo che faccio sono seguito. Speriamo che mi diano ancora il tempo di parlare al popolo italiano, specificando il motivo di questa guerra».

L'ex partigiano Pinun, sempre nel corso della medesima intervista, aggiungeva di sapere che, a Dongo, «c'era l'Intelligence Service, era infiltrato dentro le formazioni partigiane», e dentro la comunità degli sfollati. Castelli non lesinava accuse ai britannici: «Chi ha voluto la fucilazione di Mussolini, quelli sono stati gli inglesi». E ancora: «Secondo me, chi ha manovrato questa faccenda, sono stati gli inglesi. Si vede che non volevano lasciare vivo Mussolini per non essere scoperti di qualche cosa. Io posso anche sbagliarmi, ma sono convinto che Valerio era uno che faceva parte dell'Intelligence Service. Son pienamente convinto». Si tratta di un'affermazione molto grave: il colonnello Valerio, alias Walter Audisio, comunista, era stato inviato dal Comando generale del Corpo volontari della libertà, e segnatamente dal leader del Pci, Luigi Longo, per eseguire, sul lago di Como, la condanna a morte di Mussolini. La vulgata storiografica lo indica come colui che passò per le armi, il Duce e la sua amante Claretta Petacci, poco dopo le 16 del 28 aprile '45, davanti al cancello di Villa Belmonte, a Giulino di Mezzegra.

Pinun, nel dopoguerra, divenne sindaco socialista del suo paese, Domaso, mantenendo legami di vicinanza personale e politica con Aldo Aniasi, ex partigiano ed esponente di spicco del Psi. I suoi parenti, da me contattati, si sono categoricamente rifiutati di ricevermi. Castelli morì nel 1985, portandosi i suoi enormi segreti nella tomba. Molti di essi solo oggi tornano alla luce.

(2. Fine. La prima puntata di questo servizio è stata pubblicata ieri, lunedì 17 luglio)