Due bambini ci incantano con la magia di una favola acida

La vita dei ragazzini sordi e una New York fra anni Venti e Settanta: Haynes si supera con "Wonderstruck"

Julianne Moore al Festival di Cannes nel 2014

da Cannes

La pura magia dell'immagine, essenza stessa del linguaggio cinematografico, racconto visivo che non ha bisogno di parole. Wonderstruck, di Todd Haynes, ieri in concorso, riconsegna allo spettatore il privilegio dello sguardo e la meraviglia che si prova nell'esplorare ciò che ci circonda. Lo fa attraverso una storia che si dipana lungo due tempi, la New York degli anni Venti, quella degli anni Settanta, e grazie a due giovanissimi protagonisti, una bambina, Rose, sorda dalla nascita, in cerca di sua madre, che se n'è andata, l'undicenne Ben, divenuto sordo per un incidente, in cerca del padre che non ha mai conosciuto. Alternando il bianco e nero legato alla prima epoca al colore rutilante della seconda, Haynes costruisce una meravigliosa favola per adulti nella quale addentrarsi guidati dall'occhio curioso e avventuroso di un'età dove tutto è scoperta. È il mondo visto come un'isola del tesoro in cui la paura ha un suo perché, ma alla fine il piccolo eroe trova il significato di ciò che andava cercando.

Basato sul romanzo omonimo di Brian Selznick, già autore di quell'Hugo Cabret reso magistralmente sullo schermo da Martin Scorsese, il film coglie benissimo il gioco di specchi su cui il libro era costruito. Selznick aveva affidato al solo disegno il compito di raccontare Rose, separata dal suono della vita, mentre la parola scritta era stata messa al servizio di Ben, che quel suono aveva fatto in tempo a conoscere e che ora deve reinventarsi nell'«universo di quiete» della sua nuova condizione... Nel libro come nel film le due storie corrono distinte, ma c'è un sottile filo rosso a riunirle, incrociando i destini dei due protagonisti e riunendoli infine in una ritrovata armonia. Perché in Wonderstruck c'è l'happy end: felicità vuol dire dare un senso all'ignoto.

Il titolo rimanda a quei gabinetti della meraviglie settecentesche che a inizio Novecento svilupparono la concezione dei diorama, del modellismo e della ricostruzione in miniatura, l'idea di un passato da preservare e nello stesso tempo da fissare. Uno dei diorama conservati al Museo di Storia naturale di New York sarà fra le costruzioni magiche che metteranno Ben sulle tracce di quel padre di cui ignora tutto. Come racconta lo stesso Haynes, «il loro principio, si pensi all'utilizzo in essi degli animali impagliati, è ricostruire un habitat, in qualche modo negando la morte in nome di un'eternità fittizia. Il mio film funziona allo stesso modo. È una metafora-miniatura del processo di accettazione del lutto da parte di un bambino».

Scoperta di ciò che si è e dei misteri del proprio passato, Wonderstruck suggerisce anche che il nostro patrimonio genetico ci riporta a ciò che siamo, ci ricollega con il mormorio ancestrale da cui proveniamo. Trasmissione da un lato e alienazione dall'altro, la sordità come separazione e necessità di trovare il modo per non restare tagliati fuori dalla vita, aggiungono al film quell'elemento di avventura e di mistero che ne garantisce l'autenticità proprio nell'affidarsi al puro sguardo infantile. Dice ancora il regista. «Scherzosamente, l'ho definito un acid trip per ragazzi. C'è l'intersecazione di due universi, un'alterazione delle nostre percezioni spazio-temporali. L'handicap di cui i due protagonisti soffrono gli permette di trovare, grazie all'intuizione creativa usata per superarlo, le risposte alle domande esistenziali, intime e metafisiche che li agitano».

Maestro nella ricostruzione d'ambiente ((da Velvet Goldmine a I'm not there, a Carol), in Wonderstruck Haynes supera se stesso, perché ricrea in alternanza, come già detto all'inizio, due estetiche newyorkesi agli antipodi: l'età algida del jazz e del muto, quella rock e psichedelica dei '70. La prima colta in quel 1927 che, con l'avvento del sonoro, vede la sua fine (privando paradossalmente Rose dell'unico piacere che la faceva sentire, nel buio di una sala, eguale a tutti gli altri); la seconda nell'anno del black out, quel 1977 in cui la modernità si ritrovò all'improvviso senza luce. Space Oddity, la struggente e metallica canzone di David Bowie è il leit motiv che funziona da colonna sonora e culla i sogni del piccolo Ben prima che il silenzio lo costringa a trovare la sua nuova musica.