Il duello tra Lauda e Hunt in un film da Gran Premio

Perfetta ed emozionante la ricostruzione delle vite parallele dei due corridori che, agli opposti nella vita privata, sfidavano la morte pur di battersi in pista

Rush, arriva nelle sale (dal 19), con un grosso handicap. Racconta un duello sportivo, quello tra Niki Lauda e James Hunt nel mondiale 1976 di F1, del quale si sa già il beffardo (per il ferrarista) risultato finale. Il che toglie non poco pathos drammaturgico alla pellicola. Quella fu una stagione indimenticabile, ricca di episodi grandiosi e, proprio per questo, noti; una sceneggiatura perfetta come spesso la realtà sa scrivere con inimmaginabile fantasia.

Ci furono vittorie, polemiche, ricorsi, drammi in pista, ritorni in gara miracolosi, scelte non facili. Difficile fare meglio e, difatti, Howard racconta tutto puntualmente pur romanzando qua e là senza modificarne la sostanza. Eppure, nonostante tutto ciò, Rush è un gran bel film. Anzi, soprattutto, partendo da tutto ciò. Howard ha fatto, da cineasta esperto, la cosa più intelligente: ha raccontato la sfida nella sfida, tralasciando, quasi, l'aspetto sportivo, pur ricostruito con particolare effetto visivo, per concentrarsi sul confronto diretto di due uomini e del loro modo di pensare. Ne è venuto fuori un trattato di etica sportiva. Due stili di vita diversi, con un sapore d'antan, che esaltano l'epica della F1 come non l'abbiamo vista più. Da una parte, Hunt, il playboy che diceva di sé «la mia vita è breve e voglio trarne il massimo godimento». Fu profetico (morì a 45 anni per un infarto causato, si disse, dagli eccessi di alcol e fumo) sfidando la morte a più riprese come nel meraviglioso finale di stagione a Fuji quando, sotto un diluvio biblico, arrivò terzo vincendo il mondiale, sulla sua Mc Laren, con un solo punto di vantaggio su Lauda. Lo interpreta Chris Hemsworth (nuovo Brad Pitt?), il Thor cinematografico, la rivelazione più inattesa del film. Recita divinamente nei panni del pilota inglese, rappresentando al meglio il modo di vivere che aveva Hunt, sempre con il piede schiacciato sull'acceleratore, sia in pista, sia fuori dove ogni vizio viene mostrato senza pudori da Howard.

Gli fa da contraltare Lauda, razionale e calcolatore, riservato e diretto nel parlare. A prestargli il volto, anche sfigurato, è lo strepitoso tedesco Daniel Brühl, talmente bravo che ti sembra, a volte, di avere davanti il vero Lauda. Due attori in stato di grazia che Howard asseconda, mettendo in scena la rivalità dei loro piloti, dalla Formula 3 fino alla sfide leggendarie in Formula 1, alternando l'attenzione primo su uno poi su l'altro; li introduce, li fa crescere nel loro privato, li prepara (e ci prepara) a quel GP finale che riassume perfettamente, con il suo epilogo, la loro personalità. Una rivalità necessaria, che si autoalimentava ma con grande rispetto. Lo dimostra la scena con cui Hunt scazzotta un giornalista che aveva fatto una domanda cretina sul volto bruciato di Lauda. Ogni inquadratura e fotogramma fanno respirare i colori dell'epoca. La tecnica è stata quella di girare in digitale ma usando lenti e obiettivi degli anni Settanta. Una fotografia da Oscar. Apprezzabile poi la scelta di non usare le immagini di repertorio dell'incidente del Nurburgring ma di ricostruirlo in un angolo del vecchio circuito. C'è anche Favino, convincente Clay Regazzoni. Dopo l'apparizione in World War Z con Brad Pitt, un'altra conferma internazionale per il bravo Pierfrancesco. Un regista che ama l'Italia Howard, tanto da accettare di fare da presidente della giuria della prima edizione del «Cubovision Web Film Awards», concorso realizzato dalla tv on demand di Telecom e Rai Cinema.