«Ecco il mio talent Il premio ai vincitori? Essere diretti da me»

Casa e teatro, voce e affetti. Il successo della Domingo Spa sta nella voce prodigiosa di lui, Placido: il tenorissimo, e ora pure baritono, il numero uno della lirica. Poi entra in gioco la famiglia, sorta di maison Missoni della musica, la leadership va alla moglie Marta, una di quelle donne di gran temperamento che pare uscita da un romanzo di Isabel Allende. «Signora, dietro a un grande uomo sta una grande donna, complimenti», le diciamo. «Niente affatto - replica dritta - a mio marito non sono stata né dietro né davanti: sempre al fianco». E ci confessa che Placido Domingo (1941), l'infaticabile tenore, baritono, direttore d'orchestra, manager di teatri (di Los Angeles e prima Washington), «non ruba ore al sonno. Vede i nostri risultati? Come potremmo raggiungerli se ci trascurassimo? Dormiamo eccome. Conta essere attivi di giorno e non mollare mai: insistere e insistere».
In questi giorni Domingo il Grande, moglie, quattro figli, nuore e nipoti, un clan di 16 persone, è a Verona: per diletto e per lavoro considerando che 5 membri della famiglia sono nel team del concorso di canto «Operalia». Il marchio Placido Domingo si è saldato con il logo dei cent'anni del festival dell'Arena di Verona dove quest'estate l'artista ha cantato, diretto, dirigerà Aida il 24 in Arena, e poi domenica 25 sarà al teatro Filarmonico dove è in corso la ventesima edizione di «Operalia», competizione che ha lanciato artisti come Rolando Villazon, Joyce DiDonato, Erwin Schrott, José Cura. A Verona c'è una sorta di G14, tanti sono i manager dei maggiori teatri d'opera che Domingo ha convocato per selezionare i 40 cantanti in gara, 3 gli italiani. Le finali sono per domenica sera, i vincitori saranno diretti da Domingo in persona.
Cosa risponde a chi dice che «non ci sono più i cantanti di una volta»?
«Non mancano le voci in senso assoluto, mancano per certi ruoli. Ci sono problemi a fare certe compagnie verdiane, per esempio. Per opere come Don Carlo è difficile avere tutti i cantanti di serie A, devi per forza prendere qualcuno di serie B e magari C. Ma ci sono ancora tanti bei talenti in giro: vanno tutelati perché non si perdano per strada.
Ha iniziato a cantare da bimbo. Il palcoscenico è stato un maestro di vita?
«I miei genitori avevano una loro compagnia. Lavoravano senza mai fermarsi, due recite al giorno e tre la domenica, alle 7.30 poi alle 10.30, la notte facevano le prove per l'indomani. Andavano a letto alle 4 del mattino. Ricordo la preoccupazione quando non c'era pubblico. Il giorno in cui morì Papa Pio XII il teatro andò deserto, papà scostava il sipario per vedere se arrivava qualcuno. C'erano momenti d'angoscia, e io chiedevo loro perché continuassero. In quei momenti, ho appreso quanto siano importanti serietà, professionalità, dedizione e passione: la mia guida».
Domingo andrà mai in pensione?
«Canterò finché potrò. Sarà un anno, due, tre? Chi lo può stabilire? Tornerò all'Arena l'anno prossimo per un gala e forse due spettacoli. Alla Scala farò Simon Boccanegra nel 2014, sto poi parlando con Pereira, futuro sovrintendente, di alcuni appuntamenti per il 2015, magari per l'Expo».
È intrigato dagli spettacoli dei divi come lei ma del pop-rock. Springsteen, per dire?
«Nel pop si va da un estremo all'altro, da un'estetica incredibile alla volgarità. Ce n'è per tutti i gusti. Vi sono spettacoli ben preparati, comunque. Anch'io sto cercando una formula per uno spettacolo futuro, un prodotto da portare in giro in tournée. Un concerto con cantanti, magari anche vincitori di Operalia, con delle scenografie, balli...»
La vedremo ballare?
«No. Anzi, ora che ci penso: magari sì, forse un tango».
Le pesa il ruolo di tenore vivente numero uno al mondo? Con 139 ruoli, più di ogni altro tenore negli annali della musica, 3500 spettacoli, 100 registrazioni, dodici Grammy Awards...
«Anche se appartengo alla storia del tenore, adesso canto più da baritono. Non si può cantare per sempre, fino a una tessitura posso, poi, alla mia età, diventa faticoso. Non penso di essere un baritono dalla voce enorme, ma ogni giorno trovo un colore diverso. Al festival di Salisburgo, per Giovanna d'arco, lo spettacolo è andato tutto esaurito. Mi dicono lo stesso qui all'Arena per Nabucco».
Cosa ricorda della sua prima volta in Arena, 44 anni fa?
«C'era una bellissima luna. In quei giorni Armstrong era sulla luna, dunque non più vergine, toccata dagli umani. Ero Calaf, in Turandot. Sentii gli ultimi rintocchi di gong che preannunciano l'inizio dello spettacolo, vidi le candeline, così sentii una voglia matta di scappare. Che faccio io qui? Mi chiesi. Poi, dopo qualche battuta dell'orchestra iniziai a cantare, la voce usciva. Mi dissi, dai che ce la fai».