Ecco "Paradise Falls", l'Arcadia americana fra guerra, pace e indiani

L'immaginaria contea dell'Ohio è la fonte miracolosa del mondo letterario dello scrittore

Per nostra fortuna i libri di Don Robertson vanno dalle trecento pagine in su. Così, leggendoli, abbiamo meno tempo per pensare a quanto saremo dispiaciuti, dopo averli terminati. Ma quel momento, il momento di voltare l'ultima pagina, ogni volta arriva troppo presto. Perché? Il motivo è semplice. Anzi, usiamo la parola giusta: «ordinario». È la parola usata da uno che se ne intende. «Gli editori vogliono personaggi ordinari solo in situazioni straordinarie (come nei libri di King, Ludlum, Follett, Sheldon e altri) o persone straordinarie in situazioni ordinarie (Murdoch, Irving, Thomas, Naipaul, Morris ecc.), ma come la mettiamo con le persone ordinarie in situazioni ordinarie?».

Così scrive, nel gennaio del '87, Stephen King nella doppia veste di lettore e di editore della sua Philtrum Press, presentando la prima edizione di The Ideal, Genuine Man di Robertson, uscito in italiano da Nutrimenti nel 2016 con il titolo L'uomo autentico. King centra il punto: i romanzi di Robertson (Cleveland, 1929-99) fanno esattamente questo, parlano di persone ordinarie in situazioni ordinarie. Come gli specchi, si limitano a riflettere l'esistente, senza togliere né aggiungere nulla. Nel calcio si dice che quando in partita non ti accorgi dell'arbitro, vuol dire che quell'arbitro sta arbitrando benissimo. È un criterio di valutazione che può essere esteso alla letteratura. Prendiamo due scrittori molto diversi fra loro, anzi pressoché opposti: Tolstoj e Proust. Il primo non dice mai «io», il secondo dice (pur senza dirlo) soltanto «io». Ma sono entrambi grandi arbitri, non ci accorgiamo della loro presenza. Come non ci accorgiamo di Don Robertson, leggendolo. Né in L'uomo autentico, dove sulla scena domina un solo uomo ordinario, il settantaquattrenne Herman Marshall che vuole vendicarsi di una vita piena di dolore; né in L'ultima stagione (sempre Nutrimenti, 2017), dove seguiamo altri due ordinarissimi anziani, Howard Amberson, 74 anni, e sua moglie Anne, 72, nel loro ultimo viaggio, un «on the road» per pensionati alla ricerca della «struttura» del mondo; né, ora, in Paradise Falls (prima edizione italiana, ancora Nutrimenti, e sempre nella traduzione di Nicola Manuppelli, pagg. 670, euro 22, da oggi nelle librerie).

Ma qui, come in The River and the Wilderness (in italiano Due armate per una bandiera, Baldini & Castoldi, 1966), facciamo un salto a ritroso, trasferendoci dal '900 alla seconda metà dell'800, prima, durante e dopo la Guerra di secessione. «Paradise Falls - dice Manuppelli - è l'opera chiave di Robertson, quella che teneva sulla scrivania per far partire tutte le diramazioni». In ciò consiste l'altra grande qualità di Robertson, oltre al saper rendersi invisibile: la padronanza della Storia ufficiale in cui intinge le sue storie plausibili, quasi sempre originate dalla fonte di un luogo immaginario. L'unica libertà, infatti, se la prende con la geografia, inventandosi la Contea di Paradise, anche se la colloca nel suo Ohio, e le attribuisce connotati simili a quelli della cittadina di Logan, dove da ragazzo trascorreva le vacanze estive con la madre, dopo la morte del padre.

È un'alba di maggio del 1865 e l'ouverture di Paradise Falls ha la solennità di una pastorale americana, ma non come quella di Philip Roth, per pochi intimi, bensì aperta a tutti. Vi partecipa l'intero paese, solido bastione repubblicano, da Ike Underwood, l'uomo più ricco e potente che fa il bello e il cattivo tempo, all'ultimo degli ubriaconi. Stanno tornando dalla guerra i Paradise Falls Blues, e per loro chiamarla rimpatriata significa usare tecnicamente la parola giusta, anche se non rende completamente l'idea di che cosa significhino i cinque anni che infiammarono Nord e Sud. Ognuno a Paradise Falls si prepara all'evento, come in una scena da opera lirica a tutto palco brulicante di comparse. Tali non saranno due ragazzi sui quali per primi si sofferma l'occhio di bue di Robertson: Phil Underwood, diciottenne che ancora si rammarica per non aver partecipato al conflitto a causa dei suoi genitori, troppo facoltosi e troppo apprensivi, che l'hanno tenuto sotto le loro ali protettive; e Bill Light, quattordicenne in preda a un sogno erotico. Poi il focus si sposta su J.K. Bankson, il gobbo giornalista direttore del Democrat, emanazione di casa Underwood; su Frederick L. Magill, il comandante morente, e sua moglie Madeleine; sui selvatici Masonbrink, minuscola comunità di reietti discendenti dei primi bianchi della zona che dovettero vedersela con i nativi Mingo.

La voce narrante, cioè l'autore, sciorinando un'indimenticabile galleria di decine e decine di caratteri e caratteristi, come Tolstoj non dice mai «io», ma il «noi» che ogni tanto punteggia il suo racconto vale quasi come l'«io» sottinteso di Proust, perché lui si sente parte, in quanto discendente, della gente che ha popolato cent'anni prima la sua terra, che chiama «Arcadia». Nei capitoli più brevi Robertson scandisce il decennio 1865-75 soffermandosi anche sugli eventi minimi di Paradise Falls e dei suoi sobborghi, mentre in quelli più corposi compie profonde escursioni nel pregresso delle figure portanti, costruendo un affresco in cui tutto si tiene, e dove gli innumerevoli rivoli di trame e sottotrame affluiscono al grande fiume che è la spina dorsale di quel micro-mondo.

La chiave di volta che regge l'architettura di Paradise Falls è l'arrivo in paese di Charles Palmer Wells con la moglie Nancy. Consigliamo al lettore di tenerlo sempre d'occhio. Perché sarà lui l'unico credibile antagonista di Ike Underwood. Sfruttando gli insegnamenti del professor Tobias G. Frye, un anti-Socrate che predica i «Principi del Cazzo» incentrati sulle donne, l'alcol e il badare soltanto ai propri interessi, Wells diventa un perfetto self made man, facendo di sé un rampante imprenditore (soprattutto grazie a un giacimento di carbone scoperto per caso e sottratto con l'inganno al legittimo proprietario) e parallelamente un memorabile modello di politico: bugiardo, voltagabbana, demagogo e arruffapopoli. Esattamente ciò che serve a tutti gli Stati, Uniti o meno.