Ecco la preghiera di chi crede nella letteratura

Daniele Abbiati

Pare che pregare sia sempre più difficile. Forse perché è fin troppo facile aver fede: averla, non desiderarla. Pare ci sia troppo timore (di perdere) e poco tremore (nella vittoria del chiedere). Causa ed effetto, effetto e causa della fede, la preghiera è comunque linguaggio, parola. E naturalmente letteratura.

Critico letterario e scrittore, Andrea Caterini si è raccolto in La preghiera della letteratura. «Della» e non «nella»: un saggio religiosamente filosofico e dunque non storico è il suo libro edito da Fazi (pagg. 135, euro 15). Dove il cristianesimo non è il tesserino magnetico necessario per entrare nella casa del Signore, visto che non sono pochi gli autori non cristiani chiamati a raccolta dalla campana della riflessione (il pre-cristiano Virgilio, l'ebreo Yaakov Shabtai, gli scettici Italo Calvino e Anton Cechov...) che siedono accanto a Sant'Agostino e C.S. Lewis, San Tommaso e Dostoevskij. Occorre, invece, come dice Giovanni della Croce in due versi iconici delle Strofe, «quel non so che/ che dice un balbuziente». Occorre cioè, se non la condivisione, almeno la comune percezione dell'anelito al divino. Pace, sacrificio, misericordia, bene, santità, fede sono le parole, scrive Caterini, «fondamentali, e fondanti, della tradizione cristiana». E sono anche i titoli che lui dà ai sei capitoli di questo «percorso».

La pace è, proprio per la sua assenza in un contesto scandito da morti, degrado e conflitti interni ed esterni, la protagonista di Inventario di Shabtai, dove i tre protagonisti Goldman, Israel e Cesar mostrano uno spessore narrativo quasi da evangelisti. Il sacrificio è il sostrato comune a molti racconti del medico (anche di anime) Cechov come In carretta, Il maestro e il celebre Il reparto n. 6. Ma si sublima nel personaggio John May del film Still Life, scritto, diretto e prodotto da Uberto Pasolini nel 2013. May, grigio funzionario comunale, si sacrifica nel deprimente eppure salvifico lavoro di rintracciare i parenti e gli amici dei morti dimenticati. La misericordia è testimoniata da Anna Achmatova e dal suo rapporto con il figlio Lev, arrestato per tre volte e da lei ritenuto morto: la poetessa accoglie misericordiosamente le colpe altrui, anche quelle delle guardie che fanno credere al figlio d'esser stato abbandonato dalla madre. Il bene abita, per Lewis, il paradiso dell'immaginaria Narnia, dove a essere raccontata, nota Caterini, è «la minaccia all'essere generato». La santità è agognata da un altro poeta, Carlo Betocchi: «una speranza diversa, un volto/ umiliato dal non conoscere più,/ dall'aver fede, soltanto fede,/ come grido che tace e ha la sua pace».

Ecco, la fede è la fiammella che illumina tutto Dostoevskij e che diventa faro nel Sogno di un uomo ridicolo. Il sogno del dubbio che si fa certezza.