Ecco la vita di Hermann Hesse: uno scrittore "fuori casta"

Marino Freschi ripercorre tutta l'esistenza dell'autore di "Siddharta". Amato dal pubblico ma non dalla critica

Gli scrittori (come tutti gli artisti) possono attrarre molte parole su di sé: saggi, convegni, posti d'onore nei profili storici. Ma il peso complessivo della carta usata per stampare queste parole allo scopo (non sempre conseguito) di consegnare un uomo alla storia in realtà non sempre ci aiuta a conoscerne davvero la fortuna. C'è anche una categoria di artisti che per una ragione o per l'altra anziché attrarre le parole le ha piuttosto respinte: artisti circondati per tutta la vita dal silenzio imbarazzato dei critici e degli storici, talora amati da qualche gruppo di cultori in attitudine religiosa, altre volte baciati da un successo popolare che suonava disgustoso ai nasi raffinati, altre volte passati semplicemente sotto silenzio.

Questa troupe di irregolari (irregolari anche l'uno per l'altro) comprende quantomeno i nomi di Amedeo Modigliani, Gabriele D'Annunzio, H. P. Lovecraft, Philip K. Dick, Thomas Pynchon, Giovanni Testori e, naturalmente Hermann Hesse. Essere amici dei potenti (D'Annunzio), adorati dal pubblico (Modigliani, Dick), aver creato una nuova mitologia (Lovecraft) o aver vinto il Premio Nobel, come Hesse, non è servito a farli entrare nell'olimpo della Cultura. Talentacci mal gestiti, autodidatti discontinui, evangelisti del kitsch. Eppure. Eppure.

Nella bella, ben documenta e felicemente ingenua biografia che il germanista Marino Freschi ha dedicato ad Hermann Hesse (Il Mulino, pagg. 200, 14,00) questi temi emergono dal puro racconto delle vicende biografiche dello scrittore svizzero di origine tedesca. Pochi scrittori possono vantare un successo di pubblico, a più riprese, paragonabile al suo. A quello ottenuto in vita a partire dal suo primo romanzo, Peter Camenzind, fino a quello sconcertante, complesso capolavoro che è Il gioco delle perle di vetro, si aggiunse il trionfo postumo di Siddartha, vera bibbia di almeno un paio di generazioni di giovani europei.

Ciò nonostante, un erudito sospetto lo mantiene nel limbo senza mai spalancargli la porta del paradiso. Perché?

La ragione emerge con persuasiva semplicità dal libro di Freschi. In tutta la sua vita, Hesse si trovò, per un concorso di circostanze, perennemente dalla parte sbagliata. Figlio di un membro autorevole della comunità pietista (una corrente rigorista del protestantesimo), fin dall'infanzia sperimentò la religione come una sorta di pietra tombale. La rigidità impostagli al fine di salvare la sua anima lo condusse, adolescente, sull'orlo della pazzia. La fede, che dovrebbe concorrere allo sviluppo della personalità umana, lo inaridì, obbligandolo alla ribellione: cosa cui non era propenso per carattere.

Ma questo fu soltanto l'inizio di una serie di opposizioni. Cattivo cristiano era, ma anche autodidatta, cultore di generi letterari minori, troppo fragile per sostenere il peso del Grande Romanzo Tedesco. La sua opposizione al nazismo gli giovò forse per il Nobel ma non più di questo. Più torbido di lui, più morboso, più cunicolare, il suo coetaneo Thomas Mann - la cui biografia non si poteva certo dire esemplare - assurse a erede di Goethe in un mondo culturale affascinato, a imitazione di quello politico e di quello celeste, dagli organigrammi. Qualcuno pensò, irridendolo, che ciascun libro di Hesse fosse influenzato dall'ultimo che lo scrittore aveva letto: Freud nel caso de Il lupo della steppa o lo stesso Mann nel caso del Gioco delle perle di vetro. Eppure, fu proprio questa sua instabilità a fare di lui un simbolo per tutti coloro che, per dirlo con Freud, patiscono il disagio della civiltà, la sua incapacità di dare uno scopo alle oscure pulsioni individuali. Tutti i suoi libri sono sempre un atto estremo di liberazione da qualcosa di opprimente.

Una riflessione nasce spontanea alla lettura di questo libro. Le grandi opposizioni storiche tendono a cancellare chiunque, all'interno di questa o quella fazione, si trovi in una posizione minoritaria. Si dà asilo al nemico sconfitto, non ai suoi avversari interni. Chi è stato emarginato da un regime raramente poi viene rivalutato dai vincitori di quel regime, salvo umilianti compromessi. Anche in pace, come in guerra, il potere sente insomma l'odore del potere, il simile sente il simile, e non tollera il dissimile. Ma il dissimile continua a esistere, perché nessuno può guarire la civiltà dal suo disagio, che è la materia stessa di cui è fatta.