«Elettra» e «Alcesti»: il furore e l'estasi

Al teatro greco di Siracusa campeggiano le donne. Nell'Elettra di Sofocle la bravissima protagonista Federica di Martino, umiliata dalla terribile madre Clitennestra in tenuta da vittima coi capelli rasati, è appena in grado di esprimere il suo tormento nel deserto di sabbia creato da Alessandro Camera. Cui si oppone, nella nervosa regia di Gabriele Lavia, Maurizio Donadoni, simile a un Erode da operetta. Ben più articolata è Alcesti che nella orchestrazione di Cesare Lievi assume l'aspetto di un miracle play elisabettiano. Dove Alcesti (una sensibile Galatea Ranzi) è pronta a sacrificare la vita per amore del consorte Admeto e assume l'aspetto salvifico della grazia. In un andamento meno teso della tragedia di Sofocle che privilegia un'attenzione assai più sofferta del nucleo familiare. Mentre Elettra insiste con tragica veemenza sulle contrastanti valenze del potere tramutando la reggia di Agamennone in un groviglio di vipere, Alcesti pone invece l'accento sulla pace e la concordia degli affetti, stemperando la tensione nello spazio chiuso della Pace Augustea. Ma in entrambi gli spettacoli predominano i caratteri. Così di Elettra rimane impresso nella memoria il tragico ritratto di Crippa-Clitennestra suggerendo che il carattere della madre possa sovrapporsi a quello della figlia. Mentre in Alcesti il coro maschile raffigurato da Paolo Graziosi e Stefano Santospago diventano la compagine di tutto il progetto drammaturgico. Tramutando lo spettacolo in un piccolo capolavoro.

ELETTRA e ALCESTI - Siracusa, Festival del teatro antico.