McLaughlin: "Elettrizzato da Miles e Jimi ma ora riscopro il flamenco"

Il mitico chitarrista parla degli artisti coi quali ha suonato e dell'inedito cd dal vivo con Paco De Lucia

Antonio Lodetti

L'illustre critico Joachim Ernst Berendt scriveva: «Non esiste un musicista che rappresenti gli anni '70. Il jazz è troppo ampio e le figure dominanti sono sempre Miles Davis e John Coltane». Il tempo ha dimostrato che uno dei re di quegli anni è stato il chitarrista John McLaughlin, alla corte di Davis in dischi epocali come Bitches Brew e poi inventore di una fluida corrente creativa che sposava blues e bebop, rock e folklore indiano in gruppi storici come Mahavishnu Orchestra e Shakti. Ancora attivissimo a 74 anni, il mago della chitarra è in tournée con la sua ultima creazione 4th Dimension e pubblica lo straordinario album, con lo scomparso Paco De Lucia, Montreux Live 1987.

Cosa ricorda di quell'anno e di Paco De Lucia?

«Nel 1987 affrontavamo una tournée mondiale ma quello show svizzero fu meraviglioso. È un omaggio a Paco, per me il più grande chitarrista di flamenco di sempre. Io avrei voluto suonare solo flamenco ma venivo da un paesino dell'Inghilterra e sono diventato un jazzman. Paco mi manca ancora oggi; passavamo ogni Natale in Spagna giocando alla pelota. Quando è morto, due anni fa, stavamo incidendo un disco e avevamo scritto quattro brani. Uno di essi, El hombre che sabia, l'ho inserito nel mio ultimo cd Blacklist».

Lei è un precursore delle contaminazioni tra i generi.

«Io, come Miles e Coltrane, non mi sono mai allontanato dal blues. Nel 1952 suonavo il pianoforte classico, poi ho scoperto il blues del Delta, Leadbelly che era un killer con la sua chitarra acustica, Muddy Waters che ha cambiato il corso della storia con artisti come Little Walter all'armonica. Peccato che i puristi non vogliano capire il significato della parola evoluzione. Una sera con Miles improvvisavamo su temi di James Brown in un piccolo club quando un tizio infuriato urlò: Perché non suonate come sapete suonare?. Con questo criterio si rimane sempre ai nastri di partenza».

Cosa vuol dire evoluzione?

«Ricordare che il jazz nasce dal blues del Mississippi, una musica africana che non è completamente africana perché nasce in America fondendosi con la musica europea. Questa è la base su cui bisogna sperimentare».

Come ricorda Miles Davis?

«Un genio del jazz che attingeva a tutti i generi e gli stili. Anche lui era preso dal flamenco, come dimostrano album quali Sketches of Spain e Miles Ahead».

Così è nata la cosiddetta fusion?

«Sì, ma fusion era un'etichetta che le case discografiche strombazzavano in giro per vendere dischi come hamburger. Ma la fusion non era questo».

E cos'era?

«Bisogna distinguere tra la realtà musicale e l'immagine che vuole vendere l'industria musicale. Quando iniziammo questi esperimenti c'erano personaggi come Wayne Shorter, Chick Corea, perfino Keith Jarrett. C'era un progetto di ricerca e nascevano album-manifesto come Bitches Brew».

Come nascevano i vostri brani?

«C'era libertà creativa, sfida, coraggio, incoscienza. Un esempio? Dovevamo registrare In a Silent Way, un brano davvero complesso, e a Miles Davis non piacque per nulla il suono d'insieme. Allora mi chiamò al centro dello studio, da solo, e mi chiese di suonare la parte del piano con la chitarra. Disse: Suona come se fossi un principiante. Così eseguii quella armonia elaborata su un solo accordo di Mi, l'accordo base del blues; Miles registrò tutto e da lì nacque il pezzo».

Anche Jimi Hendrix è un suo idolo.

«Ha rivoluzionato la chitarra elettrica. Star Spangled Banner, l'inno americano suonato da lui, è qualcosa di indescrivibile. Una volta suonammo insieme, non ricordo neppure l'anno, io con la chitarra acustica e lui con l'elettrica, dovrebbe esserci un nastro da qualche parte».

Lei è noto per la sua spiritualità...

«Spiritualità è un termine che uso poco. Sono in contatto con qualcosa di superiore che mi aiuta. Da 50 anni medito e faccio yoga, è il mio modo di vivere. Alice Coltrane un giorno mi disse: Per raggiungere il vero amore bisogna soffrire: questo è il mio motto. Ma sono anche una persona che ama ridere e divertirsi».

Progetti?

«Vorrei riformare il gruppo Shakti, ma è morto il mandolinista, un fratello per me, e penso sia impossibile sostituirlo».