Elias Canetti, la morte come maestra di vita

Ecco il libro cui lo scrittore bulgaro di lingua tedesca lavorò sempre: un folle mosaico di aforismi e pensieri

L'Austria proclama il 1972 l'anno della letteratura austriaca. E per far conoscere la grande civiltà letteraria austriaca vengono scelti come ambasciatori degli scrittori. In Italia viene inviato un autore ancora poco noto, Elias Canetti. Chissà forse perché il cognome proponeva un'assonanza italiana, in realtà inesatta poiché Canetti deriva da un toponimo, di un villaggio catalano vicino Valenza, che gli antenati, ceh appartenevano alla prospera comunità ebraica, lasciarono quando nel 1492 i re cattolicissimi Ferdinando e Isabella decretarono di consentire il culto solo per la religione cattolica.

Canetti era infatti nato Rustschuk nel 1905, una cittadina nell'attuale Bulgaria. La piccola comunità parlava quell'affascinante lingua sospesa tra l'ebraico e lo spagnolo medievale, anche se la cultura occidentale, era quella tedesca, o più esattamente viennese. Vienna, l'orgogliosa «porta d'Oriente», era la città di riferimento dei genitori che a Vienna si conobbero: entrambi amanti dell'opera scelsero il tedesco come loro lingua segreta e così il piccolo Elias li ascoltava e percepiva l'intimità, la complicità e la musicalità di quel linguaggio. Poi la tragedia della vita, la prima. A sette anni, ormai a Manchester, dove il padre si era trasferito e dove muore drammaticamente. La madre apre la finestra e vede il piccolo Elias che gioca in giardino e lo chiama per comunicargli la morte del padre: «Tu giochi e tuo padre è morto». Da quel momento cambia tutto. La madre gli regalerà una grammatica di tedesco: così Elias, il primogenito, viene eletto a sostituto e così il tedesco diventerà, per sempre, la sua lingua. La lingua «salvata»: il tedesco, mentre la morte, anzi più esattamente: lo scontro con la morte, diventa il suo tema, ossessivo e paradossalmente «salvifico». La vita intesa come lotta contro la morte. E come? Come si può vincere l'estremo duello? Con la scrittura. Elevando una antiteologia a canone di una religione nuova. Primo comandamento: «Non morire!». E scrivendo - come Nietzsche, come Musil -, per tutta la vita un libro, Il libro contro la morte (pubblicato ora da Adelphi per l'intelligente cura di Ada Vigliani). In realtà il libro è paradossalmente un non libro, un immane torso di aforismi.

Ma torniamo al viaggio in Italia di Canetti. Allora ero alle mie prime esperienze come professore di letteratura tedesca e l'Istituto Austriaco mi propose una lettura di Canetti in quella che era la mia prima sede, Cremona. Così l'Austria dimostrava la sua straordinaria apertura: uno scrittore ebreo nato in Bulgaria, che viveva a Londra e Zurigo dal 1938, con passaporto britannico, rappresentava l'Austria! Il giro d'Italia di Canetti era alquanto limitato: Napoli, Parma, Cremona, Trieste. Dopo il Nobel del 1981 ci sarebbe stato un tutt'altro «giro». Ricordo una passeggiata a Corso Campi. Canetti si ferma davanti la Libreria del Convegno. Prende un manuale di letteratura tedesca, compulsa l'indice dei nomi e dice: «Non ci sono», con amara ironia. La lettura dalle sue opere fu sostenuta dalla simpatia quasi familiare del pubblico. Poi andammo a Parma; lui doveva proseguire per Trieste da Claudio Magris, l'unico che veramente lo conosceva e apprezzava (fino alla clamorosa rottura). Ma era il 1972. Con continui scioperi selvaggi. Restammo in stazione per otto ore. E lui mi parlò per tutto quel tempo, che conto tra le esperienze più meravigliose della mia vita.

E in quelle ore nel piccolo caffè della stazione affiorò potente il tema della morte, no: della prometeica ostilità contro la morte. Un tema che lo perseguitava e che lui inseguiva. Una partita a scacchi sempre senza fine, senza esiti, consegnata ai 150 faldoni di appunti e diari conservati alla Biblioteca Centrale di Zurigo, amministrati ora dalla figlia Johanna, nata nel 1972. Io ero così entusiasta che lo invitai a tornare. Mi rispose con una cartolina, dicendomi che era nata Johanna e che lui ormai anziano non voleva sottrarle un solo giorno. Il destino fu tremendo. La seconda moglie, Hera Buschor, assai più giovane, morì del male tremendo nel 1988, lui il 14 agosto 1994.

La vita di Canetti era costellata di morti come un devastante campo di battaglia: la prima moglie, Veza, anche lei scrittrice, donna forte che lo sostenne nella fuga da Vienna all'arrivo dei nazisti nel '38, si suicidò nel '63 anche a causa del fallimento del loro matrimonio.

Una sera a Cremona, improvvisamente Canetti volle tornare in albergo, dicendomi che doveva ancora scrivere il diario. Nulla dies sine linea. Era la prova provata della lotta, del suo «dialogo con il terribile partner». Lo sfondo fondamentale è il primo e unico romanzo di Canetti, Autodafé, scritto nel 1930, ma pubblicato solo nel 1935. Era, nelle intenzioni dell'autore, la prima tessera di un immenso mosaico, della sua «Commedia umana dei folli», che prevedeva, dopo il primo volume, quello dell'Uomo dei libri, altri successivi sviluppi per concludersi con Il nemico della morte, vero epilogo della sua narrazione. Ma questo compito prometeico lo divorò: «Io stesso sto diventando lentamente un Nemico della Morte, la sua follia è la mia follia, e al posto di un'opera nasce un sistema nel quale io sto lentamente soffocando». Il suo Totenbuch, il suo libro della morte, contro la morte, diventa il suo pensum, il macigno di Sisifo, e anche una titanica rammemorazione: «Noi viviamo davvero dei morti». Evocati, liberati dalle «segrete del ricordo» essi ci chiamano, ci esortano. Sì: ci esortano a vivere, a restare vigili, Estote parati, l'evangelico «Siate preparati», poiché è la morte la più grande maestra di vita.

La sua opera è percorsa dall'assurdo leitmotiv: l'euforia della sopravvivenza, del piacere di avercela fatta ancora una volta, mentre nei necrologi si menzionano i caduti del giorno, come disertori, fuggiaschi dal campo di battaglia contro la morte. Certo: una vena di follia percorre tutta la sua scrittura in un'epoca folle, quella dello sterminio, quella dell'apologia dell'uccidere come primo comandamento, quella della «bella morte» dei volontari. E Canetti raccoglie materiali per comprendere finalmente la follia del suo tempo, del nostro tempo, la follia dell'uomo destinato a uccidere.

Di Canetti ancora restano le centinaia di migliaia di fogli scritti a matita che attendono il 2024 - il trentesimo anniversario della sua scomparsa - per essere rese completamente pubbliche. Per ora a noi restano queste fabulae minimae - come le chiama il curatore dell'edizione tedesca, Peter von Matt -, questi apologhi, questi romanzi in nuce, questi semi germinali di travolgente, lacerante, esaltante intelligenza, segnali di una spiritualità libera e nuova, forse di una nuova teologia della liberazione dalla paura.