Ezra Pound, ovvero il culto della «bellezza difficile»

Angelo Crespi

«Beauty is difficult», la bellezza è difficile, lo insegnava Ezra Pound, la bellezza è difficile da fare e perfino difficile da capire, per questo i Cantos, la sua opera più grande, sono una montagna da scalare ancora oggi impervia. E anche la sua figura, di poeta taciturno, forse il più grande del secolo scorso, obliato perché fascista, deve essere continuamente riscoperta, almeno in Italia dove il pregiudizio resta.

Non però in questo fine settimana, nel quale «il miglior fabbro», come lo definì Eliot, viene omaggiato in duplice occasione: domani (dalle 10 di mattina) allo «Ezra Pound Research Center» di Merano con una giornata di studi a cui partecipano i maggiori conoscitori del suo lavoro; mentre a Venezia con la prima assoluta di Ezra in gabbia, scritto e diretto da Leonardo Petrillo con Mariano Rigillo e Anna Teresa Rossini (Teatro Goldoni, oggi ore 20,30, domani ore 19). 

La rappresentazione si inserisce in un palinsesto più articolato, dedicato a Pound, dal titolo «VenEzra», a cura dall'associazione D.d'Arte (rappresentata da Francesca Barbi Marinetti, nipote di un altro mito della cultura italiana, Filippo Tommaso Marinetti), promosso dalla Regione Veneto e con il patrocinio del Comune di Venezia, che prevede, sempre nel week end in Laguna, una mostra, un convegno, la proiezione nella versione integrale della storica intervista di Pasolini a Pound (Raidue,1968) e per finire un reading poetico. Il momento più importante è comunque lo spettacolo teatrale che ripercorre i venticinque giorni di prigionia a Pisa del poeta ormai sessantenne, ingabbiato all'aperto, esposto all'intemperie, reo secondo l'esercito americano di aver tradito la propria patria, e per questo, in seguito, costretto a dodici anni di manicomio criminale negli Stati Uniti.

Pur nella costrizione della rete metallica c'è spazio per comprendere l'importanza dello scrittore e le sue ossessioni stilistiche, la sua battaglia contro l'usura e le banche, la sua cultura enciclopedica, la forza della sua lingua, così raffinata, così densa, perfino così difficile, come appunto deve essere la bellezza.