"Facciamo l'Europa di Goethe, non dei burocrati"

Alla Fenice domani debutta un monologo teatrale del filosofo

Bernard-Henri Lévy, il filosofo plurimilionario, paladino degli oppressi e star degli intellettuali, domani fa debuttare in prima mondiale, alla Fenice di Venezia, la sua ultima creatura: la pièce teatrale Hotel Europe. È un monologo di due ore affidato a Jacques Weber. Il protagonista, chiara proiezione di Lévy, è uno scrittore in una camera dell'Hôtel Europe di Sarajevo. È il 28 giugno 2014 e corrono 100 anni dall'evento scatenante della Grande Guerra. Lo scrittore tenta di redarre un discorso sull'Europa. Però fatica, è in uno stato di malessere interno, diviso fra collera e speranza. Il testo non prende forma: perché è incapace lui o è la stessa Europa a star male? È l'interrogativo di Levy che lancia una petizione: Bosnia nell'UE, subito.

Perché perora questa causa con tanta forza?

«Quando la Bosnia entrerà in Europa, soffierà un vento di speranza sul continente. Ci sarà un nuovo sangue, perché lo spirito della Bosnia è lo spirito dell'Europa».

A cosa corrisponde questo spirito?

«A laicità, tolleranza, multietnicità. Non si tratta di fare entrare uno straniero in Europa, ma di far rientrare un paese che fu europeo, anzi, fu il cuore del continente».

Cosa vuol dire essere Europei, in una fase dominata da Paesi emergenti e sommergenti, Tigri, Dragoni e Grandi Fratelli americani?

«Essere europeo implica un attaccamento a una certa forma di civilizzazione, a rapporti con grandi uomini della storia, a una concezione dell'amore che non è la stessa che si ha negli Usa, e non è certo quella che domina in Cina. Sono idee cui sono legato con tutte le fibre del mio corpo».

Cosa sente di dire ai Ministri dei 28 Paesi europei in questi giorni a Milano?

«Dico a tutti svegliatevi perché la casa dell'Europa sta andando a fuoco. Smettete di pensare che l'Europa si faccia da sola. L'Europa dovrà essere fatta così come accadde per l'Italia, saranno dunque necessari cospiratori e carbonari, Garibaldi e Cavour».

Le piace l'idea che sia l'Italia, e in particolare Matteo Renzi, a condurre il semestre europeo?

«Ho letto l'intervista di Renzi a Le Monde. Parlava dell' Europa come vorrei che tutti ne parlassero, diceva che bisogna iniziare dalla cultura, da Dante e Goethe. Ha parlato della cultura contro frontiere e limiti. Non credo molto in Dio, ma questo mi sembra un dono del cielo».

Condurre semestri è più semplice che governare gli italiani.

«Invito coloro che fanno queste affermazioni a rileggere Platone. Nel mio monologo cito il testo in cui il filosofo afferma che governare un popolo è estremamente difficile per tutti i governi ed esseri umani. È un affare di dio. Per governare, partirei da questo presupposto».

Sono giorni di fuoco per Nicolas Sarkozy.

«Posso solo dire che sono scioccato per la messa in scena, inutile e umiliante, offerta dalla giustizia francese con il caso Sarkozy. Nessuno è al disopra della giustizia. Lo spettacolo offerto corrisponde alla volontà di umiliare un uomo. Questo non va bene, ed è una cosa che non ho nemmeno avuto bisogno di dire a Sarkozy».