Un falso San Paolo, un testo apocrifo, una vera invenzione

Il 4 dicembre 1989, un tornado si abbatteva sulla biblioteca di Swansea, nel Galles, devastandone i libri, e nel cataclisma veniva alla luce, perfettamente incorporato in un volume di Sant'Agostino, una Epistula B. Pauli Ap. ad B.Petrum Ap., una lettera in cui San Paolo si rivolge al primo Pontefice di Santa Romana Chiesa. Nello stesso giorno, a Bordighera, di fronte a un mare non amato, si suicidava il padre del Narratore, un uomo libero e perennemente in fuga , nutrito di letture bibliche e assetato di Dio.

Da questa congiuntura di fatti così apparentemente diversi, uno immaginato, uno tragicamente reale, nasce questo libro straordinario per invenzione, complessità, profondità di intenti di Davide Brullo (Pseudo Paolo. Lettera di San Paolo Apostolo a San Pietro, MelvilleEdizioni, pagg. 160, euro 16,50). È un libro in cui la finzione letteraria, intesa in senso borgesiano, assume tutta la forza della necessità spirituale. Il finto ritrovamento della Lettera e la costruzione abilissima dell'apocrifo in realtà hanno un fine che va ben al di là della letteratura: continuare nel modo più alto a interrogarsi sul perché del suicidio del padre, sul senso e la nobiltà del suicidio, sul perché la Chiesa lo condanna. Un fine che però soltanto la letteratura, la poesia intesa come illuminazione visionaria, può raggiungere.

Il testo della Lettera in cui San Paolo si rivolge a Pietro ha lo stile «muscolare» della prosa biblica, non si spaventa della retorica, la brucia al fuoco di una prepotente esigenza di pensiero. Tre sono i principi fondamentali toccati dallo Pseudo Paolo. Il primo è che la potenza della rivelazione di Cristo, quella che Paolo di Tarso ha sulla via di Damasco, vale di più della testimonianza e della memoria diretta che Pietro ha di Gesù. Il secondo, è che Dio sceglie gli inabili, gli incapaci, i folli per farsi rappresentare: Mosè «impacciato di bocca e di lingua», Davide «maldestro», Tobia e Giobbe che subiscono ogni genere di soprusi e ingiustizie, Elia con le sue malformazioni, Giona con la sua codardia, Ezechiele con la sua pazzia, Geremia posseduto da un demone. Il terzo principio è il più rivoluzionario: la Chiesa, luogo di edificazione e non di rivelazione, è «un seme che deve spaccarsi per impulso del germoglio è una misericordiosa prigione da cui i cristiani devono liberarsi».

Il testo è accompagnato da una selva di note e commenti colmi di dottrina, in cui compaiono tra i tantissimi altri i nomi di Juan de la Cruz, Mastro Eckart, Niccolò Cusano, Swedenborg, Skriabin, Dostoevskij, Rilke, Pasternak e i nostri Magris e Citati. Nella chiosa all'unica parte della Lettera che è in versi, il «Canto dell'amore irresponsabile», si postula l'attribuzione da parte di uno pseudo Harold Bloom a un poeta del tardo Seicento inglese, allievo di John Donne e modesto anticipatore di Blake: ma questo è un libro che non gioca affatto le carte della letteratura come menzogna. Al contrario, su tutto incombe la ricerca ribelle, cupa, violenta di una verità forse impossibile, l'idea che «uccidersi non espia una colpa - la dilaga», e che Dio è «l'insopportabile», e non può essere visto come «un fesso boy scout». E alla fine tutto il libro appare, nella sua miracolosa complessità, una via per «ripercorrere il dolore dei suicidi fino a riesumarne l'atto e risolverlo». L'autore lo sa: «Sapremo purificarli - sostituiranno gli angeli». E si pone una domanda terribile: «Esiste pietà così immensa?».