La fantasia andò al potere e successe un Sessantotto

Il Movimento parlava male perché pensava male: dietro slogan (pubblicitari) e divertenti nonsense c'erano solo ideologia e confusione

Nato e vissuto per essere una rivoluzione culturale et politica che doveva creare una società più libera e tollerante, il Sessantotto - con un tortuoso percorso a tripla «S» - esplose poi nel caos e nella lotta armata. Dall'irrisione al terrorismo, il passo è greve. Contestarono così tanto e così ad alzo zero, che non rimase più niente. L'anti-potere eretto a sistema, e viceversa. Curioso: chi voleva rovesciare il tavolo, oggi se l'è apparecchiato tutto per lui. Chi lottò per mettere a soqquadro le stanze dei bottoni, ci è entrato e non le ha più lasciate: comandando nelle università, in Parlamento, nei giornali, nelle tv. E chi odiò con maggior forza l'autorità, se ne è ammantato più di tutti. «Grande è il disordine sotto il cielo/ La situazione quindi è eccellente».

Disordinato, ribelle, insolente, antiaccademico, sgrammaticato, situazionista, creativo e confuso, il Sessantotto parlò così tanto, dicendo tanto poco, e urlò così forte, quasi da non farsi sentire, che finì per dire tutto e il suo contrario. Ecco, a proposito di rivoluzioni. Se il '77 fu azione (spesso violenta), il '68 fu parola (quasi sempre ideologica). E se l'essenza di un movimento è prima di tutto il suo linguaggio - perché l'uomo è ciò che dice - allora la Contestazione fu incomprensibile. Ad ascoltare le idee («Tutto e subito»), gli slogan rivoluzionari («Siate realisti/ esigete l'impossibile), i proclami dei capi del Movimento («Boia d'un mondo leader»), i ritornelli cantati nelle piazze («Lotta di classe/ Potere alle masse», scandito dai contestatori al concorso di Miss Italia, estate '71), le scritte dipinte sui muri («Contro il capitale/ lotta criminale», università La Sapienza di Roma), gli inni e le invettive («Ricchi godete/ Sarà l'ultima volta», cartello inalberato a Milano, il 7 dicembre 1968, per la «prima» della Scala), i discorsi e i dibbbbattiti («Tra noi e loro non c'è niente da dire, niente da parlare, se non una guerra continua, intensa, dura», da uno scritto di Oreste Scalzone su Quindici, marzo-aprile 1968), gli opuscoli e i volantini («Fumate di più, studiate di meno»), qualche profezia al contrario («Disoccupati si nasce, precari si diventa»), e tanto più le boutade di lotta e di anti-potere («Contro la depressione fate la rivoluzione» oppure, a piacere, «No alle droghe elettrike, la televisione fa male»), si ha l'impressione che fra presunzione e ingenuità, oscenità e bestemmie, oggettivamente come si diceva allora, il Movimento disse tanto, ma soprattutto si contradisse. Pro e contro la violenza («No agli specialisti della rivolta/ sì ai rivoltosi della specie»), pro e contro la droga («Falce e spinello/ cambiano il cervello»), tutti a sinistra ma contro il Partito («Il Piccì/ ma che cazzo sta a dì?»), contro la politica usando il gergo dei politici («Sì alle emozioni/ no alle mozioni»), equivoco rispetto alla destra («Il prodotto più osceno del fascismo è l'antifascismo»), sessualmente ambiguo («Contro il governo del capitale/ la rivoluzione transessuale»), creativo ma ignorante («No alla mentalità libresca»), contro la razionalità politica ma a favore del nonsense («Godere operaio»), dialettico ma non troppo («Ci siamo rotti il cazzo di Hegel»), ecologico ma solo fino a un certo punto («Ogni muro sarà sporcato»), femminista con riserva («Il ca**o è mio e me lo gestisco io»), pacifista a singhiozzi («Urge sangue fascista»), democratico con dubbi («Oggi decidiamo noi/ domani pure»), vegetariano a fatica («Se la carne aumenta/ mangiate Agnelli», con la A, maiuscola...), al di là della destra e della sinistra («In culo a tutte le ideologie»), religiosamente di parte («W Allah che quando morimo ce fa scopà»), contro il consumismo sfruttando gli slogan della pubblicità («Quanto son contento e bello/ rollamose un altro spinello»)...

Ribellione giovanile, rivendicazioni operai, istanze sindacali, proclami politici e lezioni intellettuali... L'ideario - creativo e folle, osceno e fantasioso - è irresistibile. Racconta (più di tanti saggi, cronologie, j'accuse, ricordi, come-eravamo, «io c'ero!», santificazioni di certo giornalismo radical-gramsciano e difese d'ufficio fuori tempo massimo) cosa fu davvero quella stagione, quella (anti)politica, quel costume. Di ieri eppure così uguale all'oggi (e temiamo anche a domani). In fondo, restando nel campo squisitamente culturale, tanti mali dell'intellettuale di sinistra 3.0 - l'appellite, l'impegno pro domo propria, una spiccata predisposizione gramsciana alla lobby, l'ordinato disporsi supinamente sull'asse Feltrinelli-Repubblica-Raitre-La7, la tendenza a parlare sempre di tutto, per slogan, soprattutto delle cose che non si conoscono, il riflesso pavloviano di attribuire all'avversario l'intenzione peggiore («Fascista! Fascista! Fascista!»), la ricerca spasmodica di spazi premiaroli, televisivi, festivalieri e saloneschi... - germogliano lì, in quegli anni non così formidabili, tra un dolcevita e la redazione di una rivista radical. Com'erano e come sono chic. «Sono così contento/ che quasi svengo».

La memoria è corta, la bibliografia è lunga. Fra tanti titoli-antologia, magnifici stupidari dell'epoca, farciti di slogan e citazioni, citiamo - a caso - il vecchio e pur freschissimo L'ABZ della contestazione di Claudio Quarantotto (Edizioni del Borghese, 1971), il nuovo mini-florilegio delle scritte apparse nel '68 sui muri della Sapienza raccolte da Antonio Castronuovo, Falce e spinello cambiano il cervello (Strade Bianche di Stampa Alternativa) e il dossier di «Studi cattolici» Dov'è finito il '68? (Ares, 1978).

Ridendo e sfottendo, a volte scivolando più verso battute in stile Graucho che innalzandosi ai principì della scuola di Karl, il Sessantotto ne ebbe per tutti. Infilzò l'altruismo («W IO!»), distrusse l'urbanistica («La città è una macchina/ lo speculatore la usa/ l'architetto la disegna/ e l'operaio la costruisce/ per essere schiacciato»), disdegnò la gastronomia («Non vogliamo un posto a tavola/ vogliamo rovesciarla»), riscrisse le regole della matematica (Polizia + Magistratura + Galera = Stato borghese»), negò la pietas («Se vedi un poliziotto ferito/ finiscilo!») ma fu lucidissimo in politica estera («Nixon boia»)...

Proclami, striscioni, grida di guerra. Il Sessantotto ebbe idee a volte scombinate. Ma riuscì a esprimerle sempre con sintesi invidiabile. Del resto, come riassunse mirabilmente quello studente su un muro della Sapienza, «Scrivere cazzate non è reato». Crederci, come dimostra la Storia, un po' sì.