Fantasioso, ma anche "realista", ecco il Verne anti giacobino

Nel 1864 l'autore non si dedicò ad avventure e profezie fantascientifiche. E sostenne la causa dei Vandeani

«Era morto con le armi in pugno per proteggere i contadini francesi, e questa era sempre stata la missione della nobiltà» (pagg. 254). La frase è tratta da Serotonina di Michel Houellebecq, e forse rivela una qualche simpatia per l'Ancien Régime. Dello stesso parere era un altro insospettabile romanziere francese, Jules Verne, notissimo per le sue opere di avventura e di profetiche anticipazioni fantascientifiche.

Anzi, la sua simpatia, nel 1864, era anche più plateale: «Dieci mesi di guerra eroica» si intitola il primo capitolo del suo Il Conte di Chanteleine. Un episodio del Terrore (Solfanelli, pagg. 127, euro 12). Ambientato durante la guerra di Vandea. Uscì a puntate sulla rivista parigina Musée des familles, e Verne era già da un anno un autore di successo grazie a Cinque settimane in pallone. Seguirono i «viaggi straordinari» che conosciamo e che riempirono la scarsella all'editore Hetzel. Eppure, quando, nel 1879, Verne chiese a quest'ultimo di raccoglierne le puntate in volume, si vide opporre un netto rifiuto. Già: la Révolution era ormai un mito intoccabile e neppure al famoso Jules Verne era consentito metterne in ombra la gloria. Il Conte di Chanteleine dovette attendere il 1981 prima di vedere la luce in Francia. L'italiano Treves, invece, lo pubblicò già nel 1875.

Come avverte Gianandrea De Antonellis nella prefazione, Verne si sentì attratto dalla Vandea sia perché era bretone lui stesso (la controrivoluzione vandeana ebbe uno degli epicentri, infatti, in Bretagna), sia perché frequentava i figli di Pierre-Suzanne Lucas de la Championnière, nobile che era stato uno dei luogotenenti del celebre capo vandeano Charette. Di Championnière aveva potuto leggere le memorie manoscritte, e forse la sua figura lo aveva ispirato. Solo all'ora del bicentenario dalla coltre di oblio che aveva nascosto quella lontana guerra agli occhi dei posteri emerse in tutto il suo orrore il progetto di genocidio perpetrato con mezzi «moderni» quali i gas e i forni crematori: le «colonne infernali» dei blues sterminarono perfino il bestiame e, perché di quell'episodio si perdesse anche il ricordo, cambiarono pure il nome della regione, che da Vandée divenne Vengée, «vendicata». Negli anni Novanta gli studi di Reynald Sécher portarono alla luce l'orrore: prigionieri di ogni sesso ed età legati nudi su barconi che poi venivano affondati nella Loira, cadaveri bolliti per cavarne il grasso, pelli umane conciate per farne pantaloni da cavallerizzo. I giacobini, insomma, inventarono tutto il male totalitario e solo i limiti tecnologici settecenteschi impedirono loro di anticipare il XX secolo.

Verne, fin dalla prima pagina, chiarisce un punto: «Né la proscrizione dei nobili, né la morte di Luigi XVI avevano eccessivamente scosso i contadini dell'ovest; ma la dispersione dei loro preti, la violazione delle loro chiese, l'insediamento dei parroci giurati nelle parrocchie e, infine, quest'ultima misura della coscrizione li spinsero all'estremo». Già: la motivazione fu prettamente religiosa, l'invenzione giacobina della leva obbligatoria fu solo la goccia che fece traboccare il vaso. La nobiltà locale non si era fatta attrarre dalle sirene di Versailles, perciò i contadini vedevano in essa (come non manca di sottolineare Houellebecq, lo sappiamo) i loro capi naturali. E l'iniziativa fu tutta popolare: furono gli insorti a pregare i nobili di mettersi alla loro testa. Cosa che molti fecero obtorto collo, come Henri de la Rochejacquelein che aveva solo diciotto anni (tra parentesi, è sua la frase «se avanzo seguitemi, se indietreggio uccidetemi, se muoio vendicatemi», erroneamente attribuita a Mussolini). Verne mette in campo il suo personaggio, il conte di Chanteleine, proprio come uno di questi nobili, che deve fare onore al suo dovere di difendere i suoi sottoposti. È accompagnato da Kernan, suo servitore. Costui però gli è anche fratello di latte, perciò trattato come il suo braccio destro (la figlia del conte lo chiama zio). Dopo una disfatta sul campo, i due, scampati a stento, decidono di tornare al castello di Chanteleine per mettere in salvo i propri familiari. Ma trovano la contrada devastata e il castello espropriato. La moglie del conte è stata uccisa e la figlia portata nel carcere di Quiberon. E Quiberon è proprio l'unico centro della regione ad essersi schierato con i giacobini. I quali mandano come plenipotenziario ad applicare la «legge dei sospetti» del 1793 quel Karval che a suo tempo il conte ha scacciato perché ladro. Il resto è avventura, alla Verne.