"Far west e buddhismo ci riportano al nostro Io"

Lo scrittore racconta le sue visioni 'caotiche' per l'uscita in Italia del romanzo "Zebulon"

Quando chiedo di intervistarlo, mi dicono che è on the road. Sulla strada. Fuori dal mondo. Dal tempo. Poi. Riemerge. Avete presente Johnny Depp che in Dead Man si fa chiamare William Blake e naviga su una canoa, al margine del regno dei morti, stordito, in un Far West di desolante nitore? Beh, alle spalle del più bel film di Jim Jarmush c'è lui. C'è lui, in effetti, anche nella pellicola epica di Sam Peckinpah, Pat Garret&Billy the Kid; ed è sempre lui che scrive Piccolo Buddha di Bernardo Bertolucci e aggiusta il testo di Dune, griffa David Lynch. Solo che a Rudolph Wurlitzer, classe 1937, tra gli scrittori più originali degli States, nato alla letteratura con Nog, nel 1968, battezzato immediatamente da uno come Thomas Pynchon («Speriamo che il Romanzo delle Cretinate sia morto, speriamo che una nuova luce sia sorta, perché Wurlitzer è uno bravo, bravo davvero»), le etichette non piacciono. Fugge a tutti. Resiste tra gli inafferrabili. Così, svezzato alla sapienza narrativa a Maiorca, da un maestro come Robert Graves, scrive libretti per Philip Glass e quando, dopo troppi anni l'ultimo romanzo, Slow Fade, è del 1984 nel 2008, per la casa editrice indipendente Two Dollar Radio, se ne esce con The Drop Edge of Yonder, è una ovazione generale, ne scrivono come del «più allucinato dei western, che mescola furiosamente il Sutra del Cuore a Meridiano di sangue».

Dieci anni dopo, come Zebulon, il nome del protagonista, un Don Chisciotte screziato dai morti in un West dilaniato dagli enigmi, il romanzo di Wurlitzer arriva in Italia (Fandango/Playground, pagg. 286, euro 18). Un libro di corrotta bellezza, di «coscienza dissolta in ombre sognanti e apparizioni su cui non aveva alcun controllo». Dell'esito delle sue creazioni, gusci di notte istoriati con parole di salvezza e anatemi, d'altronde, Rudolph non si cura, è uno che corre. D'altronde, «il destino... è una specie di schiavitù», dice uno dei suoi controeroi, a precipizio nel grido.

In Zebulon si fonde l'epica del West al viaggio nell'Aldilà: il suo è un western mistico, che fonde l'etica buddhista all'epica violenta di Peckinpah... è così?

«Mi sono sempre occupato di Far West e mi sono sempre appassionato al tema di quel che resta della nostra natura selvaggia, provando a separare l'essenza del sé dalle abitudini culturali. Dal momento che sono nato e cresciuto a New York, in un ambiente musicale (mio padre era un esperto di vecchi strumenti a corda con tastiera), in qualche modo i miei viaggi solitari verso l'Ovest degli Stati Uniti hanno rappresentato la mia iniziazione all'esperienza dell'esplorazione, che è a sua volta una specie di musica interiore. Quando mi hanno presentato a Sam Peckinpah, vivevo nel New Mexico e mi stavo appassionando alla storia del vecchio West. Leggevo molti libri sulla vita nel vecchio west e anche le lettere vergate a mano dagli esploratori, e quelle letture hanno influenzato alcuni dei miei personaggi cinematografici così come la loro lingua ossessiva e informale. Mi sono sempre interessato anche a una grande varietà di letteratura taoista e buddista e alle sue relazioni con la forma e con il vuoto. A Bertolucci hanno fatto il mio nome, presentandomi come uno degli sceneggiatori in grado di scrivere Piccolo Buddha perché legato in più modi al tema e perché avevo vissuto in India e in Nepal».

Come le è venuto in mente il personaggio di Zebulon Shook e questo romanzo lisergico, che sta tra Cormac McCarthy e Philip K.Dick? Insomma, cosa le piace leggere?

«Ho letto pochissimo di Cormac McCarthy e di Philip Dick. Ho letto soprattutto romanzi dell'Ottocento alternandoli a Samuel Beckett e James Joyce. Sono stato influenzato anche da Gabriel Garcia Marquez, Genet, Nabokov, Rimbaud, Hermann Hesse e i russi: Tolstoj e Dostoevskij, ma anche Camus, Kafka e Nietzsche. E naturalmente anche da Hemingway - il suo stile intenso e criptico ha influenzato le mie sceneggiature - e poi ci sono le avventure di Proust e Melville, che non ho mai smesso di leggere».

So che è stato per un periodo il segretario di Robert Graves: come è accaduto? Graves ha influito sulla sua scrittura? Quale incontro (o quale libro) ha dato una svolta alla sua scrittura, alla sua vita?

«Non ho mai lavorato direttamente per Robert Graves: eravamo vicini di casa a Maiorca, dove andavo quando avevo vent'anni. Mi ha influenzato nelle letture, incoraggiandomi a scrivere frasi brevi e chiare, un consiglio che mi è stato utile quando è arrivato il momento di scrivere sceneggiature. Mi sono dedicato al cinema per potermi permettere di continuare a scrivere romanzi sperimentali, eccentrici, lontanissimi dal mainstream, che all'epoca scrivevo e che ancora scrivo nella solitudine di Cape Breton, in Nova Scotia dove ho un capanno che si affaccia sulla solitudine dello Stretto di Northumberland».

Che rapporti ha con la letteratura statunitense contemporanea? La legge, le interessa, intrattiene dei rapporti di amicizia con gli scrittori di oggi?

«Mi sono ritrovato spesso a discutere di narrativa americana contemporanea con due vecchi amici, che però sono morti: Mike Herr, l'autore di Dispacci, e Sam Shepard con cui ho condiviso alcune esperienze cinematografiche e anche la frequentazione degli ambienti newyorkesi quando era ancora possibile conversare con artisti del calibro di Claes Oldenburg, Philip Glass e Robert Frank, un vecchio amico che cercava anche lui di forzare le convenzioni artistiche e con cui ho lavorato a molti film, compreso Candy Mountain, che abbiamo codiretto, insieme ad altri corti cinematografici improvvisati».

In un momento del romanzo, Delilah dice, «Siamo tenuti insieme da un destino sul quale non abbiamo alcun potere». Lei la pensa così? Che senso ha, per lei, la vita? Cos'è il destino? È più forte la furia del caos o esiste un ordine nel mondo?

«Sono molto attratto dalla letteratura e dall'arte che affrontano l'impermanenza, il caos, dentro e fuori, così come la forma legata al vuoto e viceversa, in particolare in questi tempi frenetici in cui il mondo sembra avviato verso un'apocalisse globale. Anche da bambino, quando vivevo in un ambiente protetto, sorretto da una famiglia generosa, ero interessato a sabotare le forme accademiche, contemplando e accogliendo l'impermanenza e le illusioni di permanenza. Pronti o meno, tutto scorre anche la vita».