Per fare la Storia serve sempre una fake news da smontare

La nuova tendenza della ricerca è analizzare manipolazioni e bufale. Raccontano molto del nostro passato (e del presente)

La Storia non è una scienza esatta, ammesso che di scienze esatte ce ne siano. A prescindere dal fatto che ogni storico è figlio del suo tempo e, quindi, porta degli «occhiali culturali» con cui guarda ai fatti, a prescindere dal fatto che nel leggere la Storia pesano le crisi e lisi del presente: anche i documenti con cui lo storico ha a che fare sono spesso taroccati all'origine. Certo, a volte scoperto l'arcano del tarocco se ne può comunque trarre dell'utile, anzi, un falso può essere ancora più utile di una cronaca veritiera. Per rendersene conto basta dare un'occhiata a due volumi appena usciti: l'edizione aggiornata di Sarà vero. Falsi, sospetti e bufale che hanno fatto la storia (Utet, pagg. 412, euro 18) di Errico Buonanno e Le verità nascoste. Trenta casi di manipolazione della Storia (pagg. 326, euro 19,50) di Paolo Mieli.

Cominciamo dalle bufale collezionate da Buonanno. Il volume parte da un clamoroso apocrifo medievale. Le epistole del Prete Gianni. Nel 1165 l'imperatore bizantino Manuele I Commeno ricevette una strana lettera firmata da un misterioso Presbyter Iohannes. Il Presbyter si auto qualificava come un sovrano orientale potentissimo, trattando i graeculi e il loro imperatore - apostrofato nel testo come un semplice gubernator - con grande sufficienza. Un falso qualunque? Non proprio, una primitiva e archetipica fake news politica, probabilmente pensata dalle parti della cancelleria di Federico Barbarossa per umiliare i bizantini e far sapere al Papa (all'epoca Alessandro III) che il regno di un re sacerdote era possibile, financo auspicabile. La cosa incredibile è che la questione del Prete Gianni tenne banco per anni, tanto da spingere il pontefice a spedire verso Oriente un'improbabile ambasciata. L'inganno andò avanti per decenni e, quando fu chiaro che nel Catai c'erano al massimo dei mongoli molto bellicosi, si iniziò a immaginare un Prete Gianni africano e a identificare con il presbyter i re d'Etiopia che, quantomeno, cristiani lo erano d'avvero.

Facile far circolare un falso nel Medioevo? Gli umanisti erano filologi molto più avvertiti, basti pensare a come Lorenzo Valla (1405-57) sbugiardò la falsa donazione di Costantino. Eppure si fecero rifilare una serie di falsi impressionanti pieni di saggezza classica. Con quanta facilità il Corpus Hermeticum venne preso per antichissimo da Marsilio Ficino e da moltissimi umanisti? Secondo Ficino il libro aveva preconizzato «la fine della religione antica, l'ascesa della nuova fede, l'avvento di Cristo, il giudizio finale, la resurrezione della carne, la gloria dei salvati e i tormenti dei dannati». Non male. Peccato che, di norma, quando le previsioni sono così precise la risposta è facile: sono fatte ex post. Come dimostrò per primo Isaac Casaubon nel 1614 - poi seguito da tutti gli studiosi seri - il Corpus Hermeticum aveva una così chiara visione della dottrina cristiana perché era stato scritto nel terzo secolo d.C. in area alessandrina. Stessa storia per alcuni dei manoscritti più noti della Cabala ebraica. Nati nel Medioevo ma spacciati come antichissimi.

Se Buonanno accompagna il lettore nella nascita di questi «fantasmi», che germinati dalla fantasia si aggirano poi per secoli nelle stanze piene di spifferi della Storia, Paolo Mieli mette il dito in trenta esempi di manipolazione molto strumentale dei fatti. Parte da lontano, dimostrando come la rivoluzione antimonarchica che abbattè Tarquinio il Superbo, nella Roma del 509 a.C., ci è stata venduta come una manovra altamente democratica e anti etrusca ma, in realtà, fosse una questione ben diversa. Per molti versi una semplice lotta di palazzo. Anche il mito di Spartaco esce dalle pagine di Mieli alquanto ridimensionato. Fa capire quante siano le indulgenze verso il fantasioso da parte di chi ha voluto vedere nel gladiatore ribelle un precursore di Marx e della lotta di classe. In questo caso i principali colpevoli sono Stanley Kubrick e il suo sceneggiatore Dalton Trumbo, i quali hanno fornito, con un film bellissimo ma altamente inattendibile, una visione di Spartaco che ormai è quasi impossibile scrostare dall'immaginario collettivo. Ma, comunque, ci hanno messo del loro anche molti storici. Se ci si affida alle fonti, per altro relativamente scarse, esce un ritratto ben diverso del condottiero/schiavo. Mancanza di disegno strategico, poche idee libertarie, una politica del saccheggio che nulla aveva da invidiare a quella delle legioni romane. Mieli mette poi i puntini sulle «i» anche sulle narrazioni relative a molti personaggi risorgimentali, a partire dal capo popolo Ciceruacchio (al secolo Angelo Brunelli 1800-49) e su moltissime manomissioni della storia contemporanea, passando dai Diari di Ciano alla Guerra di Corea. Come conclude Mieli: molti studi hanno dimostrato quanto sia fallace la nostra memoria individuale, altrettanto se non di più lo è quella collettiva. A volte, anzi, la capacità di alterare il ricordo è persino una cura... Ma non per gli storici.