La favola di Rohrwacher: dalla campagna alla città per stare ancora peggio

Il film della regista riporta al mondo contadino mettendo in luce gli aspetti negativi del progresso

da Cannes

Uno che si chiama Lazzaro, in un film gonfio di metafore, non può fare a meno di risorgere. Così come il lupo, sconfitto nel passato dall'odore della bontà, non può che tornare al suo stato naturale e sbranare gli esseri umani in un mondo moderno che della bontà non sa che farsene. Se un santo apparisse oggi, racconta Alice Rohrwacher nel suo film Lazzaro felice, proiettato in concorso con molti applausi di pubblico, non solo non lo riconosceremmo, ma probabilmente lo faremmo fuori senza pensarci, tanto è un altro da sé... Ma nel film questa piccola santità senza miracoli che accompagna l'esistenza terrena del giovane Lazzaro, uno che semplicemente crede negli esseri umani, rasenta pericolosamente la stupidità: più che il «puro folle», l'idiota dostoevskiano, rimanda a quei matti innocui di paese protetti, anche se non sempre, dalla pietà della comunità.

Costruito come una favola, Lazzaro felice parte da una storia vera dell'Italia degli Ottanta, una nobile proprietaria terriera (Nicoletta Braschi nella finzione) che aveva continuato a tenere i suoi contadini analfabeti e in uno stato di servi della gleba, trattati come bestiame, costretti a vivere in condizioni igieniche inimmaginabili. L'incontro, e poi l'amicizia, nel film, fra Lazzaro (Adriano Tardiolo), il contadino-pastore dalla semplicità angelica che vive sui terreni nobiliari dell'Inviolata, e il giovane figlio della marchesa, Tancredi, altro nome emblematico che rimanda ai poemi cavallereschi, provoca la fine di quel servaggio medievale in età contemporanea. Un finto rapimento inscenato dal giovane nobile fa arrivare i carabinieri sul posto e mette fine al «grande inganno» perpetrato per anni. Lazzaro non è però là per assistere a questo epilogo: è precipitato in un dirupo e quando torna alla vita sono passati quarant'anni, L'Inviolata è in rovina, i contadini sono passati dalla miseria rurale a quella urbana e il medioevo urbano ha preso il posto di quello materiale. Andrà anche lui in città, alla ricerca del suo amico, «mezzo fratello» Tancredi, ma alla città non sopravviverà. Più a suo agio quando si tratta di raccontare la terra, riti, facce, abitudini, tipi umani, per il quali il tocco favolistico ha il compito di alleggerire le brutture del mondo contadino, Alice Rohrwacher fatica a districarsi nella contemporaneità: le dà un tocco zavattiniano da Totò il buono, che mal si concilia con il proposito chiaro del film, la tragedia di un progresso che non ammette modi di vivere diversi dal profitto. I delinquenti non sono mai veramente tali e solo nella folla si annida la violenza.

Rispetto a Le meraviglie, premiato qui a Cannes quattro anni fa, Lazzaro felice è più ambizioso, con una vena ironico surreale tutta sua e una sapiente scelta di tipi umani, specie di sesso femminile (Alba, sorella di Alice, è una delle protagoniste del film). Ma la bontà angelica del suo protagonista è sottolineata al punto tale che la musica sacra di una chiesa preferisce andare dietro a lui piuttosto che restare ad allietare la funzione privata di alcune suore senza carità cristiana...