Filippo II, il re solitario che ricostruì la Spagna

L'inflessibile figlio di Carlo V frenò l'Islam creando le basi di uno Stato davvero moderno

A leggere le relazioni stilate dagli ambasciatori della Serenissima Repubblica di Venezia presso la corte di Spagna, l'immagine che emerge di Filippo II è quella di un sovrano, il più potente del suo tempo, religiosissimo, severo ma giusto, prudente e schivo dai piaceri mondani ma di salute cagionevole o, per dir meglio con un termine di allora, di «complessione» delicatissima. I giudizi e le impressioni che i diplomatici della Serenissima susseguitisi nella seconda metà del XVI secolo da Federico Badoer a Paolo Tiepolo, da Leonardo Donato a Tommaso Contarini sono concordi nel sottolineare certi tratti caratteristici del carattere del sovrano: il senso del dovere che lo rendeva «diligentissimo e provvidentissimo» nel governo dei suoi Stati, la parsimonia ma anche la generosità e soprattutto la scarsa socievolezza che lo spingeva a ricercare o prediligere luoghi deserti o lontani dalla città, come l'amato eremo dell'Escorial, dove potersi ritirare.

Immortalato dai tanti ritratti degli artisti del «siglo de oro», e in particolare da Tiziano che lo ritrasse in abito regale con al collo il Toson d'oro o con indosso la corazza, ma sempre assorto in un atteggiamento pensoso e malinconico, Filippo ascese al trono di Spagna nel 1556 dopo l'abdicazione del padre, l'imperatore Carlo V. L'impero sul quale «non tramontava mai il sole» era stato, in certo senso, smembrato: dopo quaranta anni di regno, ormai fisicamente esausto, Carlo V, deciso a ritirarsi in un monastero, aveva lasciato il Sacro Romano Impero al fratello minore Ferdinando che aveva già avuto a suo tempo i territori austriaci e aveva destinato al figlio Filippo l'impero spagnolo compresi i territori nei Paesi Bassi e in Italia.

Una volta asceso al trono, Filippo che, a differenza del padre, era e si sentiva profondamente spagnolo si spostò, dopo appena tre anni, dai Paesi Bassi alla Spagna e si accinse a governare convinto di essere il sovrano posto a capo della più potente e vasta monarchia del tempo dalla volontà divina. Non a caso, anni prima, il padre lo aveva esortato a tener «sempre Dio davanti agli occhi» perché «ogni cosa sta nelle mani di Dio». E, ancora, gli aveva suggerito di amministrare la giustizia con equità e rigidità senza cedere alla corruzione. L'«inflessibile Filippo» come lo avrebbe definito William H. Prescott, il grande storico della conquista del Messico e del Perù seguì le «istruzioni» paterne perché ne condivideva lo spirito e la visione politica. Era convinto che, proprio grazie al carattere divino della sua regalità, egli dovesse «lavorare per il popolo» proteggendolo dai nemici esterni e amministrando all'interno la giustizia senza cedimenti. E senza nessuna concessione al sentimentalismo come si vide in occasione della tragica vicenda dell'arresto del giovane figlio Don Carlos coinvolto in un tentativo di congiura.

Governò come un sovrano assoluto e accentratore conducendo una vita quasi monastica e seguendo di persona, con l'ausilio di pochi collaboratori, le migliaia di pratiche di ogni genere che giungevano sul suo tavolo da ogni parte dell'immenso impero. Fu, in certo senso, il simbolo vivente della Controriforma e la grandiosa, severa, fredda costruzione dell'Escorial, al tempo stesso monastero e mausoleo ma anche fortezza e residenza reale, ne è la rappresentazione simbolica.

Nato nel 1527 Filippo morì nel 1598 all'età di settantuno anni dopo una vita che lo vide impegnato, in particolare in politica estera, su tanti fronti come fautore dell'opera di cristianizzazione delle Americhe e come difensore della cristianità di fronte al pericolo rappresentato dalla crescente potenza dell'impero ottomano. Fu proprio lui, fra l'altro, a organizzare quella Lega Santa che con la grandiosa vittoria di Lepanto avrebbe segnato una svolta storica nel processo di contenimento dell'espansionismo turco.

A questo sovrano e ai suoi tempi sono stati dedicati, oltre ai tanti scritti apologetici o denigratori, molti studi scientifici divenuti veri e propri classici della storiografia. Basti pensare al suggestivo capolavoro di Fernand Braudel dal titolo Civiltà e imperi del Mediterraneo nell'età di Filippo II (Einaudi) o alle splendide pagine riservate a Filippo II da John H. Elliott in due eccezionali opere, la prima intitolata La Spagna imperiale (Il Mulino) e la seconda Imperi dell'Atlantico (Einaudi). Per non dire dell'autorevole biografia di Geoffrey Parker dal titolo Un solo re, un solo impero. Filippo II di Spagna (Il Mulino), che tratteggia con l'ausilio di carte inedite la vita del sovrano. A questi lavori si aggiunge ora un originale volume di Angelantonio Spagnoletti, Filippo II (Salerno Editrice, pp. 384, Euro 24) che ha un taglio profondamente innovativo. Non si tratta, infatti, di una biografia nel senso tradizionale del termine, cioè costruita in modo da seguire cronologicamente le fasi della vita di Filippo, ma piuttosto di un lavoro che stempera la dimensione biografica in un affresco in grado di mettere in luce i rapporti familiari, amichevoli e lavorativi del sovrano, ma anche, e soprattutto, la complessità e la struttura amministrativa della monarchia spagnola del tempo con un occhio attento al ruolo della corte e delle strutture istituzionali e di governo.

Il ritratto di Filippo II tracciato da Spagnoletti è magnifico nella sua sinteticità: «Il prudente Filippo era, nei fatti, un grande giocatore, sapeva quando era il momento di usare le carte vincenti e quando era il momento di giocare d'attesa. Egli aveva solide convinzioni: la fede nella provvidenza divina e l'orgoglio di appartenere a una grande dinastia e di essere il sovrano di una potenza mondiale che faceva perno su una penisola iberica da lui unificata». E ancora: «Fu l'integerrimo difensore della Chiesa, il protagonista della Controriforma, il signore degli Oceani; fu padre e marito che antepose la ragion di Stato agli affetti familiari; fu l'assertore del diritto ad essere un sovrano che pacificamente doveva regnare su quello che legittimamente era suo o doveva esserlo per giuste ragioni. Fu il sovrano che anticipò la figura del re primo funzionario dello Stato, fu quello che ascoltava tutti e decideva personalmente, fu colui che impose al suo corpo e alla sua mente sofferenze inenarrabili per governare da una scrivania ogni aspetto della vita del suo immenso impero».

A differenza del padre, Filippo II, visceralmente attaccato alla Spagna, stabilì a Madrid la capitale del regno. Fu una decisione politica di grande portata e contraria alla tradizione della monarchia spagnola fondata sulla coesistenza di territori autonomi dal potere centrale. Una decisione che acquistava un valore simbolico anche come punto di partenza e di irradiazione delle decisioni politiche verso la periferia del regno. Una decisione che contribuì a rafforzare la monarchia spagnola e che rivela la sagacia politica di un sovrano che lasciò un segno indelebile nella storia moderna.